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Nel suo messaggio di fine anno Mattarella aveva detto profeticamente che c’era da scrivere una pagina bianca. Compito prima dagli elettori, poi del Parlamento e dei partiti. Ora tutti guardano al Quirinale. L’inquilino del Colle è una sorta di notaio, può prendere atto ma i veri attori sono altri, sono i leader dei partiti e in particolare chi ha vinto le elezioni. Le carte restano ancora coperte e allora il Capo dello Stato non può che consigliare equilibrio e pazienza. Del resto non  si può pretendere da leader di movimenti cresciuti in fretta che trovino al volo la quadra in un contesto del tutto inedito, scaturito da un sistema elettorale collaudato per la prima volta.

E’ in questo clima che sono iniziate le consultazioni. I partiti più grandi arriveranno solo oggi al Quirinale. Quello che è emerso finora è il tentativo dei cinque stelle di lanciare in tempi brevi un’opa sul partito democratico. Obiettivo identico a quello di Salvini che sta già facendo la stessa operazione nel campo del centrodestra.  Il risultato a cui entrambi aspirano è quello insomma di tornare ad un’altra forma di bipolarismo meno legata alle tradizioni del passato e all’Europa e più incline ai movimenti.

Toccherà al PD e a Berlusconi provare a resistere. I democratici appaiono ancora storditi dopo l’insuccesso elettorale e Berlusconi ha preso atto della forza dei numeri ma tenacemente resta ancorato al carro della coalizione, l’unica arma che il leader di Forza Italia ancora possiede. Ma c’è da chiedersi se in Italia è davvero possibile un bipolarismo che vede come attori principali Lega e Cinque Stelle. Entrambi sono diventati dei partiti che puntano al governo del paese e anche fisicamente occupano la parte centrale del Parlamento, non quella estrema di destra o di sinistra.

La Lega, quella di Bossi, ha già governato per anni e guida da oltre venti la regione più importante del paese da un punto di vista produttivo: la Lombardia. I Cinque Stelle hanno vinto le elezioni in due grandi città italiane: Roma e Torino. Eppure la sensazione prevalente è che si è aperto un vuoto e che nessuno sa esattamente come stabilizzare e governare questa voragine coprendola di contenuti e non di propaganda. Difficile individuare al momento una risposta.

Dal 4 marzo è passato poco più di un mese, in Germania ci hanno messo sei mesi per formare un governo.  La CDU di Angela Merkel è arrivata prima per la quarta volta consecutiva ma per la terza non ha ottenuto la maggioranza necessaria per governare da sola. Così ha prima avviato dei colloqui con verdi e liberali e dopo la rottura non si è arresa e ha ripreso i contatti con i socialdemocratici. Al termine di lunghe trattative ha trovato un’intesa che gli iscritti socialdemocratici hanno approvato attraverso un referendum. E’ nato dopo questo cammino il nuovo governo tedesco con un’agenda concordata insieme tra i due partiti principali. In Italia comporre il puzzle appare ancora più complicato.

I cinque stelle stanno verificando più strade: l’alleanza con la Lega di Salvini ma c’è il problema Forza Italia perché con Berlusconi è difficile siglare un’intesa. Il piano B porterebbe  in prospettiva al dialogo con il PD che però fa muro e allora non si esclude nemmeno l’ipotesi di un immediato ritorno alle urne. Su un punto Di Maio non transige: a Palazzo Chigi deve andarci lui perché il suo movimento ha preso più voti degli altri. In Italia però il sistema è sempre stato parlamentare e tocca al Capo dello Stato nominare il Presidente del Consiglio e alle Camere votare la fiducia.  L’elezione diretta del premier non c’è e i principi costituzionali vanno rispettati.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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