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La complessità di un racconto odierno sul Mezzogiorno non può più consentire di farsi intrappolare e comprimere in stereotipi che appaiono ormai ampiamente superati. E’ arrivato il momento di dare spazio ad un Sud che sia “altro”, diverso da quello conosciuto fino ad ieri. A quei diversi volti del Mezzogiorno che non si conoscono ancora e andrebbero inquadrati in un orizzonte nuovo di speranza e fiducia. In questa cornice prospettica ancora tutta da disegnare, c’è purtroppo un quadro desolante certo: il Paese Italia impantanato nelle secche della crisi pandemica appare sempre più spaccato in due, con un Mezzogiorno costantemente sotto la voce “in recessione”. In questi tempi di “crisi nella crisi”, in tanti pensano ormai che il Sud non debba più aspettarsi molto. Sí, soltanto il Meridione può redimere se stesso, a patto che vi siano uguali condizioni di partenza rispetto al resto del Paese per ridurre quel gap Nord/Sud che rappresenta la vera urgenza nazionale di un’Italia che non vuole “crescere”, attardandosi in divisioni e spaccature che contribuiscono soltanto a lacerare un tessuto connettivo giá sfibrato. Certo, se i governi che si alternano continuano a trattare il Mezzogiorno come “minorità”, e con “minorità”, è difficile che il Meridione risalga dal baratro nel quale è precipitato e sta letteralmente sprofondando. Se, ad esempio, si continua senza pudore a spostare risorse, si legga alla voce fondi europei destinati al Sud, e nessuno protesta, non si riesce proprio a trovare la ragione per la quale si possa scommettere sulla risalita di questa parte del Paese che continua ad essere saccheggiata con la complicità di tutto un sistema. In tempi in cui si vorrebbe, non soltanto in maniera provocatoria, “abolire il Mezzogiorno”, si sta procedendo, nei fatti, ad abrogare ogni politica a favore dell’area più debole dell’intero sistema- Paese. Il Mezzogiorno, dimenticato da chi dovrebbe averlo in cima ai suoi pensieri, rischia di non esserci più, proiezione olografica di una terra di nessuno, facile terra di conquista. Questa Italia, al contrario, ha bisogno del “suo” Sud, non può farne a meno, anzi ha bisogno dei suoi “Sud”, di un Mezzogiorno declinato al plurale. Occorre uscire fuori dalle ristrettezze di una visione angusta e anacronistica, per riscoprire i territori. Testimonianze, che rivelano che un altro Sud è possibile, con esperienze che non si conoscono, percorsi che si ignorano, e territori che si aprono al confronto. Quando il Sud è capace di intessere intrecci di trame nuove, di orditi che parlano di presente e soprattutto di futuro, di parlare sì alla pancia, ma anche al cervello della propria gente, ecco che il Mezzogiorno si riscopre, e comincia a camminare sulle proprie gambe. E se rinasce il Sul, è l’Italia tutta che rinasce. Lo dice, lo racconta la storia di ieri e di oggi. Lo afferma la storia controversa di un Paese oggi profondamente lacerato. Sia nel 1860, sia nel 1943 la rinascita dell’Italia, le due volte in cui l’Italia è nata, è rinata dal Mezzogiorno. L’Italia solo da Sud può rinascere, anche in questi drammatici tempi nei quali sembra stia crollando ogni minima certezza. Nel frattempo, anche la direttrice Nord- Sud, che rappresenta il cardine su cui poggia il dualismo tra due aree del Paese così disomogenee, potrebbe non essere più la coordinata storica con la quale intersecare gli assi cartesiani dello sviluppo e della crescita per rimuovere vecchie e nuove disparità. I poli della storia contemporanea, dentro i quali si sono addensate le contraddizioni irrisolte del Meridione e quindi del Paese, potrebbero cambiare e al rapporto, alla direttrice Nord-Sud, potrebbe sostituirsi un asse diverso. Il Futuro è “a Sud”, e questa sarà una certezza soltanto quando un governo nazionale, degno di questo nome, smetterà di trattare il Mezzogiorno come “minorità” e i meridionali ne saranno pienamente consapevoli. Ne saranno consapevoli anche e soprattutto quei giovani meridionali che vorrebbero impegnarsi per la ricostruzione del loro Sud, vorrebbero impegnarsi a cambiare e trasformare questo Meridione, a credere che l’utopia non sia sempre traducibile in “un altro luogo”, ma è hic et nunc, a credere semplicemente che “un altro Sud è possibile”.

di Emilio De Lorenzo

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