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È opinione diffusa che questo Ferragosto viene percepito diversamente rispetto a quello degli anni precedenti, grazie a qualche sforzo significativo per riannodare il filo della memoria con la tradizione storica delle antiche contrade, come il “Palio della Botte”.

Processioni e sagre, sempre più evidenziate dai mezzi di comunicazione, ripropongono identità locali che si incontrano con flussi globali, forse senza neanche accorgersene.

I nostri piccoli paesi- i centri storici, frazioni e case isolate- si raccolgono ancora intorno al sindaco con la fascia tricolore, al parroco e ai membri delle Confraternite.

Tutti insieme, qualunque fosse la fede, scandiscono con la commozione dei canti liturgici la religione laica dell’appartenenza. I drappi rossi alle finestre, le luci delle candele, e gli addobbi delle strade costituiscono il racconto visivo e formale di una messa in scena catartica.

Passi, ritmi, voci, sguardi, prima che il rito religioso, sono forse la residua certezza di sentirsi a casa, nel posto giusto, nell’ atteso periodo di ferie che interrompe i ritmi stressanti di un lavoro, spesso trovato altrove, oltre i confini della propria e cara terra natia, tra colleghi opacizzati nei loro rapporti umani, dai ritmi frenetici della tecnologia.

Il nostro Ferragosto ci riporta alle nostre radici, alle nostre persone anziane che con mezzi antichi si recano al mercato rionale per vendere le verdure e le magnifiche spighe di granturco nostrano non ancora violentato dalle tecniche dell’ ibridismo genetico.

Gli orti, le aie, le viti maritate, certi sapori e certi odori ci riportano ai momenti più autentici della nostra esperienza giovanile, quando i rapporti con i coetanei, con gli anziani e con le nostre giovani donne riempivano preziosamente il cofanetto dei nostri sogni e delle nostre speranze.

Oggi le comunità, soprattutto le più piccole del nostro entroterra irpino, continuano a riconoscersi in questi momenti simbolici, nonostante le nuove forme di socializzazione e di appartenenza.

Sono comunità che si ritrovano spontaneamente- senza collanti ideologici- intorno ai propri luoghi significativi: il teatro, l’ospedale, la banca, il museo, la piazza principale, le chiese con i loro riti.

Le sagre delle tagliatelle ai funghi porcini e quelle dei tanti antichi e gustosi piatti tipici locali, la visita ai nuovi ristoranti con menu tradizionali, gli outlet, le aree industriali dismesse, i centri culturali ancora vitali.

Un fermento quantitativamente rilevante che crea legami, appartenenza, identità per gli avellinesi e per gli irpini complessivamente intesi ma che è anche tra i fattori frenanti, soprattutto in relazione alle risorse, di una organica politica turistica di prospettiva nazionale e internazionale, necessariamente più attenta al generale che al particolare.

C’è una creatività indubbia nell’ immaginare le ragioni, anche improbabili, di collegare luoghi a pensieri più o meno colti e più o meno pertinenti con le vocazioni, ma anche una oggettiva vitalità e competizione.

C’e’, quindi, in questo Ferragosto, un fermento oggettivo nuovo che, spesso, cerca nei luoghi le identità del passato più che quelle del futuro, perché percepite più solide, meno discutibili e più credibili: ed è singolare, frattanto, il diffuso disgusto per la politica ed i relativi rappresentanti.

Non mancano al riguardo, le riserve per le nuove promesse elettorali che certamente si scontrano con il vecchio retaggio di una burocrazia sonnolenta, abituata a tirare a campare e a non disturbare chi si trova alla guida del carrozzone amministrativo.

C’e’ da sperare seriamente che dopo l’afa del periodo attuale, una ventata di ossigeno alimenti la nuova e urgente ripresa amministrativa che tutti avvertiamo.

Gerardo Salvatore

 

 

 

 

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