di Rosa Bianco
Vi sono opere che non cercano il favore del lettore attraverso la trama, ma attraverso la profondità del simbolo. “Un giorno a Cnosso ovvero La Parigina”, pubblicato da De Angelis Editore nel 2005 e firmato da Alessandro Cordebono, pseudonimo di Angela Anzalone, appartiene a questa rara categoria. La sua essenzialità narrativa cela un’ambizione ben più ampia: fare della letteratura uno strumento di conoscenza, capace di riportare l’uomo contemporaneo verso quella sorgente del senso che la modernità sembra avere smarrito.
Il protagonista è un uomo ferito dall’insignificanza del quotidiano. Vive la ripetizione dei gesti come una forma di esilio interiore, sperimentando quella condizione che Martin Heidegger avrebbe definito Unheimlichkeit, il non sentirsi più “a casa” nel mondo. L’alienazione non è soltanto psicologica, ma ontologica: è la frattura tra l’essere umano e il significato profondo dell’esistenza. È proprio questa lacerazione a generare il viaggio verso Cnosso.
L’approdo nell’antica capitale della civiltà minoica assume immediatamente il carattere di un pellegrinaggio iniziatico. Cnosso non è semplicemente uno dei luoghi fondativi della civiltà mediterranea, ma il grande archetipo del labirinto. E il labirinto, nella prospettiva di Carl Gustav Jung, rappresenta la complessità dell’inconscio, il luogo nel quale ogni individuo è chiamato a confrontarsi con la propria ombra per poter rinascere a una coscienza più alta.
Angela Anzalone non racconta dunque una visita archeologica, ma una discesa nelle profondità dell’essere. Il mito di Minosse, di Arianna e del Minotauro non viene evocato come repertorio culturale, bensì come linguaggio simbolico ancora capace di interpretare la condizione dell’uomo moderno. In questo senso il romanzo dialoga idealmente con Mircea Eliade, per il quale il mito non appartiene al passato, ma costituisce il tempo originario cui ogni civiltà ritorna quando cerca di comprendere se stessa.
Il centro ermeneutico dell’opera coincide con la figura della Parigina, il celebre frammento di affresco proveniente dal Palazzo di Cnosso. Quel volto, miracolosamente sopravvissuto ai millenni, diventa il cuore simbolico del racconto. La sua incompiutezza è il suo autentico linguaggio. Hans-Georg Gadamer ci insegna che comprendere significa entrare in dialogo con la tradizione; la Parigina non è un reperto inerte, ma un volto che interroga, che domanda al protagonista chi egli sia realmente. L’immagine antica si trasforma così in specchio dell’identità, in una forma di epifania che rende possibile la riconciliazione tra memoria e presente.
Da questo punto di vista il romanzo assume una sorprendente dimensione fenomenologica. Ogni pietra di Cnosso diventa un testo da interpretare, ogni frammento archeologico un segno che rinvia a un significato ulteriore. L’archeologia smette di essere disciplina della conservazione e diventa disciplina della comprensione. Le rovine non parlano del passato, ma dell’uomo; non raccontano soltanto ciò che è stato, ma ciò che continua a essere.
Angela Anzalone sceglie una scrittura di grande impatto emotivo, nella quale prevalgono i colpi di scena, che si alternano al non detto, a sospensioni assertive e a dialoghi mozzafiato. Il lettore è chiamato a collaborare con il testo, trasportato dall’orizzonte di senso tracciato dall’autrice, secondo quella dinamica interpretativa, che costituisce il fondamento stesso dell’ermeneutica contemporanea.
Sul piano stilistico, merita particolare apprezzamento il raffinato espediente narrativo prescelto: il ritrovamento di un antico libercolo da parte del protagonista, un elemento apparentemente marginale che diviene invece il fulcro generativo dell’intera vicenda. Quel piccolo volume si trasforma in una soglia simbolica, capace di spezzare la monotonia del presente e di guidare il protagonista verso il viaggio iniziatico a Cnosso, luogo della memoria, del mito e della rivelazione interiore.
In questo percorso narrativo, Angela Anzalone dimostra una sorprendente padronanza della tradizione classica, cimentandosi in una composizione poetica che richiama, per eleganza formale, solennità del linguaggio e armonia dei versi, lo stile neoclassico di Vincenzo Monti, illustre traduttore dell’Iliade omerica. Con rara maestria, l’autrice rievoca la leggenda del Minotauro, restituendole una dimensione epica e insieme profondamente umana, fino a immaginare una genealogia mitica che riconduce la discendenzadel protagonista ad Arianna, figura centrale del ciclo cretese.
La poesia inserita nel racconto non costituisce dunque una semplice digressione letteraria, ma un ulteriore livello di significato: il mito antico si rinnova attraverso la parola poetica, e il verso diviene il luogo nel quale storia, leggenda e immaginazione si fondono. Attraverso questo omaggio alla classicità, l’autrice conferma come il passato non sia una reliquia immobile, ma una forza viva capace ancora oggi di generare bellezza, interrogativi e nuove possibilità di interpretazione.
Il titolo dell’opera, difatti, contiene già la chiave della sua interpretazione. “Un giorno” indica il tempo dell’esperienza individuale; “Cnosso” rappresenta il tempo della storia; “La Parigina” introduce il tempo dell’eternità, quello nel quale la bellezza sopravvive alla distruzione e continua a interrogare le generazioni future. In questo triplice movimento si realizza la vera architettura simbolica del racconto.
L’opera di Angela Anzalone si colloca così in quella letteratura che fa del Mediterraneo non uno spazio geografico, ma una categoria dello spirito. Cnosso diviene il luogo nel quale filosofia, mito, archeologia e memoria convergono in un’unica esperienza di conoscenza. Il viaggio del protagonista è, in realtà, il viaggio di ogni uomo che tenta di ritrovare il filo di Arianna dentro il labirinto della propria esistenza.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, Un giorno a Cnosso ovvero La Parigina restituisce alla letteratura la sua funzione più alta: non intrattenere, ma interrogare; non descrivere, ma rivelare. La Parigina, con il suo sguardo immobile e insieme vivo, continua a custodire il segreto delle origini e invita il lettore a comprendere che il passato non è mai definitivamente trascorso. Esso permane come orizzonte interpretativo dell’essere, memoria viva del Mediterraneo e promessa di una rinnovata riconciliazione con se stessi.
Più che un racconto, questo libro è un esercizio di conoscenza. Più che una narrazione, è un itinerario dello spirito. Più che un viaggio verso Cnosso, è un ritorno all’origine dell’uomo.



