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Impegnati come siamo a sezionare il cadavere del Partito democratico, a puntare sulla roulette dalla quale Silvio Berlusconi tirerà fuori il candidato premier del centrodestra (l’ultimo nome è quello di Sergio Marchionne), a scommettere su ciò che faranno i Cinque Stelle una volta arrivati al governo (a giudicare da quello che fanno dove governano già, nulla), non ci rendiamo conto che intanto l’Italia sta scivolando verso il basso nella graduatoria dei paesi che contano in Europa e nel mondo. La geografia politica sta cambiando a vista d’occhio: i vecchi equilibri si sono sgretolati, un nuovo assetto è in via di definizione sulle macerie del bipolarismo Est- Ovest e sulla rivisitazione della globalizzazione; non è ancora chiaro quale sarà il punto di caduta di una crisi-ristrutturazione che è sotto gli occhi di tutti, ma una cosa è certa: se tutto continua così una soluzione sarà trovata senza l’Italia. O meglio, a spese dell’Italia. L’emarginazione appare evidente se si considera quello che è il più spinoso dei dossier internazionali oggi all’esame delle cancellerie: la questione migranti. Qui il balletto delle responsabilità, il rimpallo delle colpe serve solo ad accentuare i termini di un’emergenza che sarebbe anche governabile se il paese riuscisse a presentarsi con un volto riconoscibile e dignitoso davanti ai partner europei. Ma ciò non succede perché nelle polemiche romane si preferisce passare il tempo alla ricerca di un capro espiatorio (il governo Renzi o prima ancora quello di Berlusconi), invece di convenire sul fatto che comunque il fenomeno si presenta oggi, per numero assoluto di ingressi e concentrazione di richieste di asilo, con caratteristiche diverse dal recente passato, il che richiederebbe un approccio nuovo per governare i flussi, facilitare l’integrazione, condividere l’onere dell’accoglienza. Il fatto è che l’Italia, avviluppata in una crisi politica infinita che neppure le prossime elezioni, a parere di autorevoli commentatori, potranno risolvere, non riesce a farsi ascoltare nelle sedi che contano, e quindi più che buone parole di incoraggiamento non riesce ad ottenere. Qualcuno si ricorda che solo pochi mesi fa la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, sembrava disposta ad affidare al nostro governo la guida di una missione internazionale di pacificazione in Libia? Come mai quel progetto ambizioso è stato lasciato cadere nel dimenticatoio, e come mai nessuno pare oggi in grado di mettere in cantiere una iniziativa adeguata alle circostanze? Ma quello delle migrazioni è solo un esempio. Nel corso di questo 2017, con l’entrata in funzione della presidenza Trump, l’avvio delle trattative per la Brexit e l’elezione di Macron in Francia, il panorama geopolitico ha accelerato un’evoluzione dagli esiti ancora incerti. Alla vigilia del G20 di Amburgo, la cancelliera Merkel, padrona di casa del summit, ha manifestato preoccupazione. “L’ordine mondiale è in cambiamento e i rapporti di forza si modificano”: ci sono nuovi protagonisti come la Cina e l’India, mentre con il presidente americano un accordo complessivo è di là da venire, perché Trump “giudica la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi” (e a molti altri europei, si direbbe). Su questa sponda dell’Atlantico si guarda (o si guardava?) alla globalizzazione come ad un’occasione buona per tutti, magari accentuandone le potenzialità nel senso di una crescita “inclusiva e sostenibile”. Per Trump invece ci saranno “vincitori e perdenti”. E se non si fosse capito da che parte vuole stare lui, lo ha chiarito nel suo primo discorso in terra europea, a Varsavia: ”La questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo fiducia nei nostri valori al punto da essere pronti a difenderli ad ogni costo?”. Toni da guerra fredda, del tutto anacronistici ma molto graditi ai politici polacchi e non solo. In Europa, pur tra non poche difficoltà, Germania e Francia tentano di organizzare una risposta credibile. Avrebbero bisogno di una sponda mediterranea che in altri periodi di crisi non è venuta meno. Ma questa volta l’Italia pare voglia occuparsi d’altro.

edito del Quotidiano del Sud

di Guido Bossa

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