Di Fiore Carullo
Amalio Santoro rappresenta una delle figure più coerenti e appassionate del centro-sinistra irpino degli ultimi trent’anni.
Ha portato nell’agone politico una visione profondamente legata ai diritti sociali, alla sanità pubblica e alla tutela dei più fragili. E’ stato negli anni ‘90 l’ultimo segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, in contrapposizione a Ciriaco De Mita, sostenendo fermamente la giunta comunale guidata da Antonio Di Nunno ad Avellino.
Una posizione indubbiamente scomoda di fronte ad un sistema politico che andava sempre più degenerando. Nel 2009 si candida come capolista della coalizione di Centrosinistra alternativo e viene eletto al Parlamentino con un consenso popolare di quasi mille preferenze.
Nel 2019 entra a far parte del civico consesso come capolista di una formazione civica denominata “SiPuò”. È, tutt’ora, consigliere comunale.
Il suo impegno politico, sin da giovanissimo, è stato sempre caratterizzato da una politica come strumento di riscatto e cambiamento.
La sua è stata sempre una voce fuori dal coro, rivendicando un’idea di bene comune che tenga insieme giustizia sociale, trasparenza e partecipazione.
Lei fa politica da più di trentacinque anni, da dove nasce questa sua passione?
“Resta intatta l’ansia di allora di provare a raggiungere traguardi di giustizia attraverso la politica, che pur con i suoi limiti, i tradimenti e le sue miserie, è comunque uno strumento essenziale per spingere in avanti equilibri sociali, aiutare chi sta più indietro, per far sì che nessuno si senta solo. Che è il vero dramma di questa stagione molto complessa.”
Dell’Amalio Santoro di quasi quarant’anni fa, cosa rimane?
“Rimane la passione ideale, la fedeltà ad una tradizione politica cattolico democratica. Restano amicizie e il dovere della memoria, anche per muoversi nel solco di vari testimoni, di riferimenti che non ci sono più, a cui mi sento legato, non solamente per le battaglie combattute, ma per quelle ancora da fare. “
Cosa le rimane della consiliatura appena trascorsa sotto l’egida del quinquennio di Gianluca Festa come sindaco di Avellino?
“Un’esperienza che comunque è stata arricchente perché porta a vivere le difficoltà delle persone, nel tentativo di costruire un tessuto connettivo di una comunità lacerata.
L’esperienza amministrativa di questi anni sotto la guida Festa-Nargi è stata devastante per la nostra comunità, non solo in termini amministrativi, politici e morali, ma anche, per una sorta di messaggio diseducativo che rischia di passare: quello della politica in cui conta vincere, costi quel costi. Io sono un po’ come Canetti, talvolta conta molto di più la fatica del vivere senza vincere.”
Possiamo fare un bilancio di questo anno dell’amministrazione guidata da Laura Nargi?
“Abbiamo assistito nei mesi scorsi a una sorta di resa dei conti di questa maggioranza, per ragioni di potere. Il bilancio è la fotografia degli anni dell’Avellino della deriva alcolica, della stagione festiana di scialo e di spreco. Voglio solo ricordare, perché i cittadini lo sappiano, un milione di euro di consulenze, un milione e settecentomila euro per eventi, quattro milioni e mezzo di euro non catalogati, ventisette milioni complessivi di disavanzo. Abbiamo debiti con tutte le amministrazioni dello Stato: Ministero del tesoro, Presidenza del consiglio, Ministero degli Interni, che pagheranno le future generazioni. Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad un cambio di scenario, perché la sindaca, in una conferenza stampa un po’ singolare, ha invocato una sorta di pacificazione senza indicare gli obiettivi e i programmi. Avverto tutti i limiti di questa scommessa che metterebbe insieme pezzi di centro destra e centro-sinistra, sembrerebbero interessati alcuni consiglieri del Pd. È una operazione che la città non comprenderebbe, in cui si rischia di annegare tutte le ragioni del campo progressista. Si racconta che, in caso di commissariamento, si perderebbero molte risorse, il che non è vero. Ci sono in comune 180 milioni di euro in conto capitale e non è stato speso neanche il 10%, quindi è un’operazione trasformistica. Lo scopo è solo nella durata di questo eventuale prolungamento di questa esperienza amministrativa.”
Ci avviciniamo alle elezioni regionali, c’è stata una riunione con il commissario del Pd Misiani, dove è emerso che i consiglieri del Pd in comune, debbono esprimersi in maniera negativa sul bilancio di Nargi: cosa ne pensa?
“Si conferma il limite strutturale del Partito Democratico Irpino, che di fatto non è mai nato. E’ una sorta di bar di periferia dove entra ed esce un po’ di tutto. Adesso sta prevalendo la corrente dei democratici vera, scuola montefortese, ex alleati di Cosentino. Fa fatica ad affermarsi la linea Schlein, che non va oltre Napoli e, non a caso, in vista delle prossime elezioni regionali, c’è un grande movimento di truppe perché De Luca, con tutti i limiti dell’esperienza amministrativa, ma anche con la forza del potere esercitato, continua ad incombere con le sue potenziali liste civiche. Il campo largo è ancora tutto da costruire, non c’è un’iniziativa, non c’è un tavolo insediato delle forze di centrosinistra, si vocifera di candidature apicali dei Cinque stelle; per ora non c’è nulla di concreto. In questo vuoto si infilano i trasformisti di sempre, anche a livello cittadino si intrecciano relazioni per raccattare qualche preferenza elettorale a prescindere dalla cornice politica, dai programmi da sostenere. C’è, ormai, un ceto politico subalterno che accompagna gli eventi, ma non è interessato a servire le comunità, ma a servire sé stessi.”
A venticinque anni dalla morte di Fiorentino Sullo, giovedì scorso 10 luglio, sono stati portati i resti mortali dell’illustre statista irpino e della moglie Elvira De Laurentiis, presso il santuario del Santissimo Rosario di Avellino, per poi essere seppelliti al cimitero della città capoluogo. Uomini di spessore come sono stati Fiorentino Sullo o De Mita quanto mancano a questa città e a questa Provincia? E fa un po’ specie guardando l’attuale classe politica?
“Facciamo i conti con personalità di assoluto valore, che hanno incarnato la politica in un’altra stagione e ogni generazione va incontro ad un’altra storia e ad un destino. A me fa specie che anche certi eventi vengano affidati al trasformista di turno. Dovremmo riflettere un po’ di più su ciò che è avvenuto; sui valori, sulla storia, ma anche sul tramonto di Sullo. Perché una vicenda come quella della Democrazia Cristiana, d’improvviso si interrompe? Non c’è mai stata una lettura critica di quella stagione che ha favorito il trasformismo di tanti, trovando facile collocazione nel centrodestra.”



