Martedì, 5 Maggio 2026
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Loro, i giovani, vanno via, la politica tace. E’ un dramma che si consuma quotidianamente. Le cifre del Rapporto Migranti fanno rabbrividire. Segnano il fallimento della classe dirigente. In Campania, in un solo anno, sono andate via ottomila persone; nella piccola Basilicata, circa mille e nella Calabria cinquemilaseicento. Le zone interne sono le più penalizzate. Duemila persone in un solo anno, ad esempio in Irpinia, hanno gettato la spugna per lo più giovani laureati, ma anche braccianti e operai. Accade così che per alcuni Comuni, Cairano e Conza, gli emigrati risultano essere superiori ai residenti. Il fenomeno, come si vede presente in tutto il Mezzogiorno, apre lo spazio a una riflessione sul lavoro che non c’è. Nonostante l’abbondanza delle promesse di sviluppo. Ancora una volta la politica per il Mezzogiorno è ferma al palo. I governi che si succedono si affannano a porre il tema sud, ad inizio di ogni legislatura, fra quelli prioritari per la crescita del Paese. Anche gli intellettuali denunciano con piagnistei le distanze fra le due Italia, ma nulla muta. A parlare con toni drammatici sono le vertenze aziendali, la chiusura delle fabbriche, i disoccupati che si stendono sui binari. L’Ilva di Taranto, la Whirlpool di Napoli, il fallimento di piccole e medie aziende del sud, insieme a tante altre attività produttive, disegnano l’inquietante scenario di una realtà senza speranza. Anche l’unità nazionale è in pericolo. La solidarietà sancita con la Carta Costituzionale è sempre più in frantumi, la secessione da parte di chi ha di più, avanza come un treno ad alta velocità. Il fatalismo scandisce le ore della difficile situazione meridionale. L’assistenzialismo genera illusioni. Come il Reddito di cittadinanza che toglie lavoro a chi lo ha “perché è meglio vivere con il sussidio dello Stato” rispetto alla dura fatica, peraltro mal pagata. Come e chi deve rispondere a queste tante drammatiche difficoltà?
Non v’è dubbio che gli interlocutori chiamati in causa devono essere soprattutto la politica e le agenzie sociali come il sindacato, la chiesa e, soprattutto, la classe dirigente delle comunità interessate. La politica deve ritrovare i nobili contenuti del mandato di rappresentanza di chi lo esercita in nome del consenso elettorale ricevuto; il sindacato, da parte sua, deve allargare l’orizzonte non solo nella difesa degli occupati, ma attraverso la intelligente mediazione, deve saper affrontare innovazione nei processi di globalizzazione. In realtà, considerando gli ultimi anni, quasi tutti hanno perso la voce. La mancanza di stabilità dei governi, il continuo litigio da parte dei componenti delle fragili coalizioni, l’avvento di un esasperato individualismo finalizzato alla conquista del potere personale e non al bene comune, hanno determinato una crisi profonda. Così il silenzio si è trasformato nello spopolamento con la perdita di identità da parte di antichi borghi. L’abbandono delle radici, la povertà sempre più incombente, sono oggi il percorso tortuoso da cui uscire. Soprattutto nel Mezzogiorno. Come poter guardare avanti? Penso a un grande Patto per l’Italia che unisca Nord e Sud, per consolidare la democrazia del Paese. Un Patto che elimini le contrapposizioni, dia respiro a un pensiero alto per la ricostruzione morale e sociale del Paese.

di Gianni Festa

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