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Un sistema che non ha risolto la sua crisi

Più si avvicina l’estate e più gli italiani cominciano ad intravedere, o per meglio dire a sognare, un ritorno alla normalità con l’uscita definitiva dalle limitazioni imposte dalla pandemia. Per arrivare a questo risultato occorre andare avanti sul piano vaccinazioni e contemporaneamente deve prendere forma il piano nazionale di ripresa e resilienza perché la doppia emergenza sanitaria ed economica cammina insieme. E’ questo lo scenario in cui continua a muoversi il governo Draghi alle prese sempre con una latente conflittualità interna. I duellanti principali sono il leader della Lega Salvini e il segretario del PD Letta, entrambi alla ricerca di una propria identità all’interno dell’esecutivo e che intendono drenare gli eventuali consensi del governo sui rispettivi partiti di appartenenza. Più defilato appare, per il momento, il Movimento Cinque Stelle, che pure è il partito di maggioranza relativa, alle prese però con la strenua ricerca di un centro di gravità permanente, in attesa che Giuseppe Conte si decida a prenderne la guida e che nel frattempo ha chiuso, almeno a Roma, ad un’intesa con il PD e deve definire la strategia nelle altre città al voto con la strada di un’alleanza al primo turno in salita. Draghi e il suo governo restano, insomma, il punto di caduta di un sistema che ancora non ha risolto la sua crisi e di questa crisi i partiti prima o poi dovranno farsi pienamente carico e indicare soluzioni e ricette. Non è un caso che il partito che cresce di più nei sondaggi è Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che è fuori dall’esecutivo. Stare insieme in questo governo per forze politiche così diverse non può essere che una parentesi perché sconfitta la pandemia, rilanciata l’economia, deve tornare prima o poi una normale e fisiologica alternanza. Nell’attesa resta il derby di governo tra aperturisti e chiusuristi o le schermaglie di una coalizione nata per necessità ma che sconta liti inevitabili perché ogni singola forza politica deve difendere i propri interessi senza però mettere in discussione il governo Draghi chiamato ad andare avanti nonostante le differenze e le bandierine identitarie.  Il punto, al momento, è che nessuna sa fino a quando proseguirà la legislatura, se cioè arriverà alla scadenza naturale del 2023 o se si interromperà prima magari con Draghi che sale al Quirinale. Per la prima ipotesi propendono tutti quelli che considerano il premier l’unico garante del piano nazionale di ripresa e resilienza in Europa e che già lo vedono come il possibile leader politico dell’Unione dopo Angela Merkel. C’è anche però, chi spinge per le elezioni anticipate è per ottenerle vedrebbe bene Draghi come successore di Mattarella. Questo il quadro al momento e così i destini del governo e del Quirinale finiscono per essere legati tra di loro e non mancano i sostenitori di una rielezione dell’attuale Capo dello Stato come è successo nel 2013 a Napolitano. Il direttore dell’Espresso Marco Damilano ritiene che “costringere Mattarella a restare al suo posto e inchiodare Draghi a Palazzo Chigi serve a tutelare la sopravvivenza di una classe politica fallita. L’immagine di un sistema bloccato e impotente. Con un Parlamento senza radici nella società, un esecutivo di unità nazionale guidato dal supertecnico e l’impossibilità di eleggere un nuovo Capo dello Stato. Ci sono pochi mesi per evitare questo scenario. Che non significherebbe la celebrazione dei 75 anni della Repubblica, ma il suo svuotamento definitivo”.  I partiti dunque per ora non hanno ancora individuato una soluzione per uscire dallo stallo e stanno semplicemente sperando di replicare l’esistente.  Una situazione che però non può che essere di breve periodo prima o poi bisognerà tornare a misurarsi con le scelte della politica.

di Andrea Covotta

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