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Sembra di rileggere un copione già scritto, che però per non apparire inutilmente ripetitivo si arricchisce di particolari sempre più accesi; e così Pier Luigi Bersani definisce “cana glieschi”i toni dei dirigenti del Pd con i quali si era pur alleato alle comunali di domenica, ma non lesina critiche neppure ai contestatori interni del segretario democratico – Franceschini, Orlando, Zingaretti, Cuperlo – contro i quali auspica quasi una rivolta del “popolo di centrosinistra”. Obiettivo, ricostruire quella sinistra che Matteo Renzi ha tagliato alle radici, con il ”diserbante”, dice. Ma lo stesso Bersani è scavalcato da Maurizio Landini, che si appresta a lasciare la Fiom per approdare alla segreteria della Cgil e intanto ne ha per tutti: Renzi non è di sinistra, naturalmente (“lo dice lui”), ma Bersani e i suoi sono prigionieri di un progetto “minoritario”, e Pisapia coltiva proposte per il momento non chiare. Insomma, dovunque ci si giri, “non c’è più la sinistra”. Neppure Montanari e Falcone gli vanno bene: “Oggi non sto con nessuno. Faccio il sindacalista”. Ma è di sinistra il sindacato? Chiedere ad Annamaria Furlan, che ha aperto il congresso della Cisl con parole d’ordine che potevano piacere anche al primo Renzi, un programma ragionevolmente riformista su fisco, redistribuzione del reddito, lotta all’evasione; ma non certo un programma radicale. Più “di sinistra” sono sembrate le parole forti di papa Francesco sulla condanna delle pensioni ricche (anche quelle di alcuni ex sindacalisti) e sulla disoccupazione: “Gli esclusi dal lavoro sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia”. E’ un fatto che la posizione più “di sinistra”oggi in Italia è proprio quella che vorrebbe colmare il divario sempre più scandaloso fra chi è “dentro”e chi è “fuori”, chi è garantito e chi no, chi coltiva una speranza di futuro e chi l’ha persa. Una frattura che attraversa le generazioni e colpisce intere aree geografiche, non solo del Mezzogiorno. L’impennata delle astensioni alle amministrative di giugno è il sintomo più evidente di una malattia che colpisce tutte le culture politiche, di fronte alla quale l’accani mento attorno alla segreteria del Partito democratico suscita pena e tristezza. Se il raffronto con le precedenti tornate amministrative o anche coni risultati del primo turno si facesse invece che con le percentuali con i numeri reali di elettori che sono andati ai seggi, si vedrebbe chiaramente che la crisi di legittimità investe tutti i partiti e coinvolge le istituzioni rappresentative. E’stato proprio uno dei presunti vincitori del 25 giugno, Beppe Grillo,ad evocare lo spettro dell’annientamento: “Siamo all’inferno adesso”. Certo, c’è una componente di drammatizzazione, che sta tutta nel personaggio, ma l’allarme è pienamente giustificato. E la risposta del Pd, che sta tristemente replicando il film della scissione, già visto solo pochi mesi fa, è tremendamente inadeguato. Possono ferire le parole di Matteo Renzi, che si vede braccato all’interno del fortino democratico e forse per questo accentua i toni: dopo tutto anche lui aveva a suo tempo teso la mano a Pisapia; ma ora ha capito che la coalizione è solo un trucco per liberarsi della sua scomoda presenza, e scalcia. Il fatto è che negli anni ci hanno provato in molti: da Veltroni a D’Alema, da Enrico Letta allo stesso Matteo Renzi, per non dire di Romano Prodi; ma un regista della coalizione progressista non si è ancora trovato. E gli elettori si stanno visibilmente stancando.

edito dal Quotidiano del Sud

di Guido Bossa

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