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Una democrazia rappresentativa fintamente governante

 

Sono passati ormai due mesi dal voto referendario e quanti cantavano vittoria, subito dopo la netta sconfitta del sì, hanno già perso.
A vincerli amaramente è stata, ed è, l’evidente realtà della situazione politica e istituzionale dell’Italia. Immediatamente dopo la sconfitta della riforma costituzionale, è salita sul carro dei vincitori la maggioranza delle forze parlamentari ostili al governo, avanzando, alla quasi unanimità, due specifiche richieste: le dimissioni di Renzi e le elezioni politiche anticipate. Il primo desiderio si è già esaudito, mentre per il secondo saranno decisive le prossime settimane. L’irresponsabilità dei soggetti singoli, o partitici, che sostengono tale linea è intorbidante, poiché non permette di comprendere con chiarezza le conseguenze possibili delle loro richieste, le quali nascondono un preciso obiettivo.
Fagocitati dall’ingordigia di scalare velocemente qualche posizione di potere dentro le istituzioni democratiche nazionali, essi dimostrano di non avere contezza delle condizioni attuali dell’economia italiana e di non saper calcolare possibilità e rischi successivi ad un’imminente votazione.
Di certo l’esito del referendum ha avuto implicazioni negative sul sistema finanziario italiano, in maniera particolare sulla vicenda Mps, per la quale era stato programmato un piano di intervento da parte di Jp Morgan e Mediobanca, oltre all’interesse del fondo sovrano del Qatar a prendere parte alla capitalizzazione della banca. I tre investitori, dopo aver posticipato la decisione definitiva al periodo successivo al referendum, hanno deciso di abbandonare le trattative, rendendo inevitabile l’intervento statale. Il risultato ha causato, sul piano politico, le dimissioni del premier Renzi, coerente con quanto affermato durante la campagna referendaria. Tuttavia, dopo la bocciatura della riforma costituzionale, rimangono aperti problemi fondamentali da affrontare. Problemi che la riforma, a suo modo, cercava di risolvere.
Il bicameralismo paritario è un’annosa questione che negli ultimi quarant’anni più governi hanno sollevato e più forze politiche hanno provato a superare senza mai raggiungere alcun risultato. E’ una condizione istituzionale atipica ed unica nel mondo occidentale che ha previsto, per scelta negligente della maggioranza dei padri costituenti, due camere perfettamente uguali ed identiche nelle competenze legislative così come perfettamente limitative e corrosive per il processo di produzione delle leggi, e per di più senza alcuna significativa e reale distinzione di ruoli nella rappresentanza. E’ inoltre necessaria, e riguarda direttamente la cittadinanza perché influisce su competenze e modalità di servizi essenziali, una revisione del titolo V della Costituzione. La modifica scellerata e disastrosa del 2001, originata dai lavori della bicamerale D’Alema, rispondeva principalmente a un calcolo politico del centrosinistra che mirava ad attuare una riforma costituzionale in direzione regionalista per strizzare l’occhio all’elettorato della Lega Nord, in quel momento ai ferri corti con l’alleato storico Forza Italia.
Il terzo nodo da sciogliere è la legge elettorale. Dopo il quattro dicembre era parere diffuso che i tempi per approvare una nuova legge sarebbero stati brevi. Ancora una volta, immemori degli ultimi trent’anni di storia politica italiana, gli immancabili ciarlatani che gremiscono i dibattiti pubblici si sbagliavano. Sono trascorsi due mesi e, sul fronte parlamentare, niente si è mosso. L’unica novità è stata la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha modificato le parti incostituzionali dell’Italicum per la Camera. Non certo un’azione di cui una vera democrazia possa andare fiera. In questo modo al potere democratico-parlamentare dei rappresentanti del popolo si sostituisce il potere burocratico-statale di una élite di giuristi. E’ un’anomalia grave. Le decisioni della Corte, seppur prese in conformità ai princìpi di una Costituzione che regge un ordinamento democratico, non sono mai decisioni ottenute con i mezzi e con i metodi della democrazia. Molti di coloro che hanno promosso il no alla riforma sono accademici di fama, personaggi influenti dello spettacolo, forze politiche al governo di Regioni importanti, funzionari di Stato altolocati, noti uomini di diritto, vecchie volpi della politica ed intellettuali vari, oltre a qualche giornale apertamente schierato. In comune la tesi che le modifiche costituzionali, imposte con autorità dal governo, avrebbero ridotto gli spazi di partecipazione democratica e disequilibrato i poteri dello Stato. A questo proposito è lecito domandarsi: in quali condizioni si trova la democrazia italiana?
E’ davvero una democrazia effettiva, avanzata e funzionante come vogliono far credere? Oppure la loro scelta, capace di influenzare le preferenze di numerosi elettori, è stata dettata da interessi particolari nel mantenimento dello status quo? E una democrazia rappresentativa fintamente governante, frammentaria e debole, a chi e a quali poteri serve? L’interrogativo rimane aperto.

Quirino De Rienzo 

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