Paolo D’Amato
Negli appunti storici tramandatici da uno scritto di Alessandro Padiglione, giudice conciliatore in Forino nel quarto decennio del XIX secolo, non è passata inosservata la menzione relativa ad un altro Padiglione, Domenico, impiegato presso il Real Museo Borbonico di Napoli. Apriamo una parentesi per conoscere meglio questa istituzione culturale. Oggi conosciuta come Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è una delle più antiche e importanti istituzioni museali d’Europa. Nacque nella seconda metà del Settecento per volontà di Ferdinando IV di Borbone, che decise di riunire le collezioni dei musei reali già esistenti, tra cui il Museo Ercolanese di Portici e le raccolte di Capodimonte. Il progetto museale, approvato nel 1777, si inseriva nel clima culturale dell’Illuminismo e prevedeva la concentrazione nella stessa sede di diversi istituti di cultura, tra cui la Biblioteca Borbonica e la Reale Accademia di Belle Arti. I primi allestimenti furono realizzati tra il 1807 e il 1815 e, entro il 1830, tutte le raccolte risultavano ormai esposte e organizzate secondo criteri museografici moderni. In quegli anni continuarono ad affluire nel museo numerosi reperti provenienti dagli scavi archeologici condotti in Campania, soprattutto nei siti vesuviani, primo fra tutti Pompei. Torniamo a Domenico Padiglione, originario di Forino, fu architetto, antiquario e modellista. Da “NOVA BIBLIOTHECA POMPEIANA. Repertorium bibliographicum pompeianum – Laurentino Garcia y Garcia” apprendiamo data e luogo di nascita, l’8 dicembre 1756 a Forino. Abbiamo conosciuto la sua figura in quanto compare in uno scritto del 1837 nel quale Alessandro Padiglione ne descrive l’attività con toni di grande ammirazione: «L’esimio architetto ed antiquario Domenico Padiglione meritò gli applausi di tutte le Nazioni… fu impiegato nel Real Museo Borbonico… e fu il primo a costruire col sughero modelli di monumenti antichi…». La modellistica in sughero era allora una pratica molto diffusa tra Settecento e Ottocento. Grazie alle caratteristiche di questo materiale — leggero, facilmente lavorabile e capace di riprodurre l’aspetto della pietra antica — era possibile ricostruire in scala templi, teatri e altri edifici classici con grande realismo. Secondo alcune fonti bibliografiche il periodo di attività di Domenico Padiglione sarebbe compreso tra il 1820 e il 1830. Tuttavia, diversi documenti indicano che la sua produzione era iniziata già nei primi anni del secolo, così come rilevato sempre in “NOVA BIBLIOTHECA POMPEIANA”, che lo indica attiva a Pompei tra il 1807 e il 1828. L’abate Domenico Romanelli menzionava i suoi modelli già nel 1815 nella sua opera Napoli antica e moderna, mentre nella Guida per lo Real Museo Borbonico del 1824 lo storico Lorenzo Giustiniani elencava numerose opere da lui realizzate. Tra queste figuravano modelli di monumenti di Pompei e di Paestum, oltre a riproduzioni di edifici moderni come il Teatro di San Carlo e la basilica di San Francesco di Paola. Alcune fonti indicano inoltre che uno dei suoi primi lavori documentati fosse un modello del teatro di Ercolano realizzato intorno al 1808. Particolarmente significativa fu l’attività di Domenico Padiglione nella riproduzione degli edifici dell’antica Pompei. Tra il 1822 e il 1827 egli lavorò alla realizzazione di modelli di intere porzioni della città, comprendenti il Foro, il Pantheon, il tempio di Mercurio e diverse abitazioni private. Questi modelli non avevano soltanto una funzione espositiva ma costituivano anche strumenti di studio e documentazione degli scavi archeologici. In un’epoca in cui la fotografia non era ancora disponibile, la modellistica rappresentava uno dei mezzi più efficaci per restituire l’aspetto complessivo degli edifici riportati alla luce. Lo studioso Valentin Kockel ha ricordato l’esistenza di un modello di Pompei in scala 1:48 realizzato da Domenico con la collaborazione di uno dei suoi figli. L’importanza del lavoro dei Padiglione all’interno del sistema degli scavi vesuviani emerge anche da alcuni documenti amministrativi del Regno delle Due Sicilie. In registri contabili del Real Museo Borbonico conservati negli archivi napoletani compare, infatti, il nome di Domenico Padiglione tra gli addetti al museo con funzioni di modellista. Tali documenti attestano che egli percepiva uno stipendio stabile per la realizzazione dei modelli destinati sia all’esposizione museale sia alla documentazione degli scavi archeologici. Questo dato conferma che la sua attività non era soltanto artigianale ma rientrava pienamente nell’organizzazione scientifica e amministrativa degli scavi borbonici di Pompei. Domenico Padiglione passò a miglior vita il 10 agosto 1832. Gli scritti del 1837 di Alessandro Padiglione parlano infatti di lui come di una figura ormai scomparsa, mentre le fonti relative al Real Museo Borbonico indicano che proprio in quegli anni i suoi figli Felice (Felice Antonio per la precisione, attivo a Pompei dal 1830 al 1865, morto nel 1866) e Agostino (attivo dal 1815 al 1849) subentrarono nelle attività di modellisti legate al museo. Alla morte di Domenico, i figli Felice e Agostino continuarono l’attività paterna. Felice Padiglione fu il principale continuatore della tradizione familiare. A lui si deve la realizzazione del grande plastico di Pompei conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il progetto fu avviato nel 1861 su iniziativa dell’archeologo Giuseppe Fiorelli. Il plastico, realizzato in scala 1:100 e di dimensioni circa otto metri per cinque, riproduce l’intera città antica. Quest’opera costituisce ancora oggi una testimonianza fondamentale dello stato degli scavi ottocenteschi. Anche l’altro figlio, Agostino Padiglione, svolse attività di modellista. Nel 1833 fu insignito dal Real Museo Borbonico della medaglia d’argento di seconda classe per la realizzazione del modello della Casa di Sallustio, come riportato negli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie. Diversi modelli attribuiti a Domenico Padiglione e ai suoi figli sono oggi conservati in musei e collezioni europee. Tra quelli documentati figurano i modelli dei templi di Paestum e dell’antica Pompei, la tomba degli Orazi e Curiazi, alcuni modelli di tombe etrusche e i modelli del teatro di Ercolano. Una parte significativa di queste opere è oggi conservata presso il Sir John Soane’s Museum di Londra. L’attività della famiglia Padiglione si colloca in una fase cruciale della storia dell’archeologia. Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento gli scavi di Pompei ed Ercolano stavano progressivamente trasformandosi da semplici ricerche di oggetti antichi in vere e proprie indagini scientifiche sul mondo romano. In questo contesto la realizzazione di modelli architettonici ebbe un ruolo importante. Prima dell’introduzione della fotografia, le riproduzioni tridimensionali costituivano infatti uno dei principali strumenti per documentare lo stato degli scavi e per studiare la disposizione degli edifici. Non è quindi casuale che il grande plastico di Pompei conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli sia stato avviato proprio nel 1861 su iniziativa dell’archeologo Giuseppe Fiorelli. Alla luce di queste considerazioni, il lavoro dei Padiglione appare oggi non soltanto come una raffinata attività artigianale, ma come un contributo significativo allo sviluppo degli strumenti di studio e di divulgazione dell’archeologia.


