di Rosa Bianco
Quasi sempre accade che ci sono aperture che hanno il significato di un’inaugurazione e altre che, invece, sembrano annunciare una possibilità. La nuova Ubik di Avellino, in Corso Vittorio Emanuele II 10/12, a pochi passi da Piazza Libertà e dal Circolo della Stampa, appartiene a questa seconda categoria: non soltanto un nuovo esercizio commerciale, ma l’ambizione dichiarata di costruire un luogo, nel quale il libro possa tornare a essere centro gravitazionale della vita cittadina.
In un tempo nel quale la lettura deve continuamente misurarsi con la velocità delle immagini, con la frammentazione dell’attenzione e con la moltiplicazione dei linguaggi digitali, aprire una libreria significa compiere, in qualche modo, un gesto controcorrente. Significa scommettere ancora sulla lentezza della pagina, sulla possibilità di fermarsi, scegliere, sfogliare, leggere.
E viene alla mente la celebre riflessione di Umberto Eco: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria». Il libro, dunque, non come semplice oggetto, ma come moltiplicatore dell’esperienza umana.
La nuova Ubik nasce precisamente dentro questa idea.
La libreria come luogo di cultura
Con centinaia di metri quadrati, la nuova realtà si presenta come la più grande libreria della città, proponendo un assortimento ampio e articolato capace di attraversare generi, età e sensibilità differenti.
Narrativa e saggistica, classici e novità editoriali convivono in uno spazio progettato per accogliere tanto il lettore abituale quanto chi si avvicina alla lettura attraverso percorsi più contemporanei.
Perché una libreria, oggi, non può permettersi di ignorare il modo in cui cambiano i lettori.
Ed è proprio qui che il progetto di Ubik Avellino sembra individuare una delle sue scommesse più interessanti: non contrapporre la tradizione alla contemporaneità, ma metterle in dialogo.
Il classico può convivere con il romance; il romanzo d’autore con il fenomeno nato su #BookTok; la saggistica con i manga. Non è una rinuncia alla qualità della lettura, ma il riconoscimento che le strade attraverso le quali si arriva a un libro sono oggi molteplici.
La libreria diventa così una sorta di geografia dell’immaginario contemporaneo.
Le nuove generazioni e il diritto di trovare un libro
Particolare attenzione è riservata ai lettori più giovani.
All’interno della nuova Ubik trova spazio una sala dedicata all’infanzia, pensata per accompagnare i bambini alla scoperta del piacere della lettura, insieme a un’ampia area dedicata alle nuove tendenze editoriali: dal romance ai libri diventati popolari attraverso #BookTok, fino al mondo dei manga.
È un passaggio culturale importante.
Non si educano i giovani alla lettura rimproverandoli perché leggono ciò che gli adulti non considerano abbastanza nobile. Li si accompagna, piuttosto, dentro il mondo dei libri partendo dalle loro curiosità, dai loro linguaggi, dalle loro passioni.
Daniel Pennac lo ha sintetizzato in una formula divenuta celebre: «Il verbo leggere non sopporta l’imperativo».
La lettura nasce dalla libertà. E una libreria capace di parlare alle nuove generazioni deve innanzitutto offrire possibilità.
Da questo punto di vista, l’attenzione ai linguaggi contemporanei non costituisce una periferia rispetto alla cultura: può diventare una delle sue nuove porte d’ingresso.
Dal libro alla conversazione
Ma il progetto non si esaurisce negli scaffali.
Uno degli elementi più significativi della nuova Ubik è infatti la presenza di un angolo bar, concepito non semplicemente come servizio accessorio, ma come parte integrante dell’esperienza della libreria.
Un luogo nel quale fermarsi, bere qualcosa, sfogliare un volume, incontrare qualcuno, parlare.
Ed è proprio questa dimensione relazionale a trasformare uno spazio commerciale in uno spazio culturale.
Nel pomeriggio e nelle ore serali l’area sarà infatti destinata a eventi, presentazioni, incontri con gli autori, aperitivi culturali e appuntamenti dedicati alla lettura.
Il libro diventa così il punto di partenza di una conversazione più ampia.
Una presentazione non è soltanto la presentazione di un volume: può diventare incontro tra persone. Un aperitivo culturale non è soltanto un momento conviviale: può trasformarsi in occasione di confronto. Una libreria non è soltanto il luogo nel quale si comprano libri: può diventare il luogo nel quale le idee acquistano una dimensione comunitaria.
La cultura ha bisogno di luoghi
La cultura, per esistere pienamente, ha bisogno anche di luoghi.
Luoghi fisici nei quali incontrarsi, discutere, ascoltare, dissentire, riconoscersi. In un’epoca nella quale moltissime relazioni si consumano attraverso uno schermo, una libreria può rappresentare una delle forme più semplici e preziose della prossimità.
Jorge Luis Borges immaginava il paradiso come una biblioteca. La nuova Ubik di Avellino sceglie, più concretamente, di trasformare una parte del centro cittadino in un luogo nel quale i libri possano incontrare la vita quotidiana.
E non è un dettaglio che ciò accada nel cuore di Avellino.
La collocazione in Corso Vittorio Emanuele II 10/12, a breve distanza da Piazza Libertà e dal Circolo della Stampa, colloca la nuova libreria dentro uno dei luoghi centrali della vita urbana. Una posizione che può favorire quella osmosi tra lettura, passeggio, incontro e partecipazione dalla quale una comunità culturale può trarre nuova energia.
Quattro librai, una scommessa sulla città
A guidare la nuova libreria saranno Vincenzo Di Lorenzo, Lorenzo Ridente, Beniamino Spagnuolo e Lucia Iannuzzi.
La loro scelta professionale si presenta anche come una scommessa sul rapporto tra impresa e cultura, tra autonomia del libraio e appartenenza a una rete nazionale.
«Con la nostra libreria non vogliamo limitarci a vendere libri, ma creare uno spazio aggregativo e culturale per la città, costruito intorno al libro e alla lettura», dichiarano i soci, indicando come obiettivo un programma di eventi, laboratori, presentazioni e incontri con gli autori.
E aggiungono, parlando dell’angolo bar, di volerlo trasformare in uno spazio «da vivere», soprattutto negli appuntamenti pomeridiani e serali, dove incontrarsi, parlare di libri, scoprire nuovi autori e nuove storie.
C’è, nelle loro parole, una concezione della libreria come organismo vivo: non un contenitore immobile di volumi, ma un luogo capace di generare relazioni.
L’autonomia dentro una rete
Un altro elemento dichiarato dai soci riguarda l’ingresso nel mondo Ubik.
«Entrare nel mondo Ubik ci permette inoltre di avere la libertà e l’autonomia che desideriamo come librai», spiegano, «sia nelle scelte di assortimento sia nella creatività e nella progettazione delle attività», potendo contemporaneamente contare sull’esperienza e sui vantaggi di un network di quasi 200 librerie.
È una formula che prova a tenere insieme due esigenze apparentemente distanti: la dimensione personale e territoriale della libreria indipendente e la forza organizzativa di una rete.
Da una parte, dunque, il volto riconoscibile dei librai e il rapporto diretto con la città; dall’altra, la possibilità di inserirsi in una realtà più ampia.
Una rete che cresce nel Mezzogiorno
L’apertura di Avellino si colloca inoltre nel percorso di espansione di Ubik nel Sud Italia, in continuità con le nuove aperture che hanno caratterizzato la prima parte dell’anno, tra cui quella di Napoli, nel quartiere Vomero.
Ma è proprio quando una nuova libreria apre nel Mezzogiorno che la parola Sud smette di essere soltanto una collocazione geografica e torna a interrogare una questione più profonda: quale futuro vogliamo costruire nei territori dai quali, per decenni, intere generazioni sono state spinte a partire?
Perché dietro l’apertura di una libreria c’è anche una domanda politica nel senso più alto e nobile del termine: quali condizioni devono esistere affinché un giovane possa scegliere di restare?
Non si tratta soltanto di occupazione. Si tratta di possibilità. Di immaginazione. Di accesso alla cultura. Di capacità di costruire impresa senza dover necessariamente considerare il trasferimento verso il Nord o verso una capitale europea come l’unico orizzonte possibile.
Ed è qui che la vicenda della nuova Ubik di Avellino acquista un significato ulteriore.
I suoi fondatori sono quattro giovani che scelgono di investire nel territorio, di costruire qui una prospettiva professionale e imprenditoriale, di trasformare una passione culturale in un progetto economico e sociale.
È una scelta che merita di essere osservata nella sua dimensione più ampia
In un Mezzogiorno attraversato dalla questione dello spopolamento, e in particolare nelle aree interne, ogni iniziativa capace di generare lavoro, relazioni, cultura e attrattività territoriale assume un valore che oltrepassa i confini dell’impresa che la promuove.
Restare, naturalmente, non può essere trasformato in un obbligo morale per le nuove generazioni. Partire può essere una scelta legittima, spesso necessaria, e la mobilità appartiene alla libertà individuale.
Ma altrettanto importante è costruire le condizioni affinché restare possa essere una scelta altrettanto libera.
È questo il punto politico e culturale.
Una comunità non può chiedere ai propri giovani di rimanere se non è capace di offrire loro strumenti, lavoro, formazione, infrastrutture, servizi e spazi nei quali progettare il futuro. Ma quando quattro giovani decidono di aprire una grande libreria nel centro di Avellino, stanno concretamente dicendo che il futuro può essere anche immaginato qui.
E la parola cultura, in questa prospettiva, assume un significato preciso: non ornamento, non semplice intrattenimento, ma infrastruttura immateriale dello sviluppo.
Una libreria può creare occupazione, ma può anche creare comunità. Può vendere libri, ma può anche generare incontri. Può ospitare autori, ma può soprattutto contribuire a formare lettori. Può rivolgersi ai bambini e agli adolescenti, ma nello stesso tempo parlare agli adulti della necessità di non abbandonare i propri territori all’idea della marginalità.
Il Sud che sceglie di restare
È qui che l’apertura di Ubik Avellino si inserisce in una prospettiva più ampia
Non il Sud raccontato soltanto attraverso le sue fragilità, non le aree interne ridotte a luoghi da salvare, non i giovani rappresentati esclusivamente come una generazione destinata alla partenza.
Ma un Sud che può essere anche soggetto progettuale.
Un Sud nel quale l’imprenditoria giovanile può diventare una forma concreta di cittadinanza. Nel quale aprire una libreria significa anche dichiarare una fiducia nel territorio. Nel quale quattro giovani scelgono di non considerare la propria terra una stazione di transito, ma un luogo nel quale costruire una traiettoria professionale, culturale e umana.
Non è sufficiente, naturalmente, una libreria a risolvere la questione dello spopolamento. Sarebbe una semplificazione. Ma proprio per questo è importante cogliere il valore simbolico e concreto di esperienze come questa: la rigenerazione dei territori passa anche dalla capacità di creare luoghi nei quali le persone abbiano una ragione per incontrarsi, rimanere e progettare
E una libreria, soprattutto quando nasce con una vocazione culturale così esplicita, può essere uno di questi luoghi.
La nuova Ubik si propone dunque di costruire nel tempo una relazione sempre più stretta con la città, i lettori, le scuole, le associazioni e le realtà culturali del territorio, attraverso un calendario di iniziative capace di accompagnare la vita della libreria durante tutto l’anno
Ma, dentro questa prospettiva, c’è anche una questione più grande: la possibilità di trasformare il Mezzogiorno da territorio da cui partire a territorio nel quale poter scegliere di restare.
Il libro come forma della città
Una città non si misura soltanto dalle sue strade, dai suoi palazzi o dai suoi esercizi commerciali. Si misura anche dai luoghi nei quali una comunità pensa se stessa.
Una libreria appartiene a questa categoria.
È un luogo nel quale un bambino può incontrare per la prima volta una storia; un adolescente può trovare una voce nella quale riconoscersi; un adulto può scoprire una domanda che non aveva ancora formulato; un anziano può ritrovare un autore dimenticato.
E forse è proprio questa la funzione più profonda del libro: non offrire risposte immediate, ma allargare lo spazio delle domande.
Come scriveva Marcel Proust, «La vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nell’avere nuovi occhi».
Una libreria può contribuire esattamente a questo: insegnare a guardare ancora
Una nuova agorà contemporanea
La nuova Ubik di Avellino dunque vuole costruire una piccola agorà contemporanea: un luogo nel quale la cultura non venga separata dalla socialità, il sapere dalla convivialità, la lettura dalla conversazione
Dalla presentazione di un libro all’incontro con un autore, dal laboratorio per bambini all’aperitivo culturale, dal manga al grande classico, la libreria prova a parlare a generazioni diverse senza rinunciare alla propria identità.
Ed è proprio qui che la storia dei quattro giovani fondatori incontra quella più generale del Mezzogiorno.
Perché scegliere di investire nel Sud, oggi, non significa soltanto aprire un’attività. Può significare contribuire a modificare la narrazione stessa dei territori. Significa dire che le aree interne non sono necessariamente luoghi dell’assenza, ma possono diventare luoghi della progettazione; che la cultura non è un lusso da riservare ai grandi centri urbani, ma una risorsa strategica per la coesione sociale; che un giovane può essere non soltanto colui che parte, ma anche colui che crea, rischia, costruisce e resta.
È una sfida che riguarda molto più di una nuova attività commerciale.
Riguarda l’idea stessa di città
Perché una città nella quale si aprono librerie è una città che continua a interrogarsi sul proprio futuro; e una città nella quale i giovani entrano in libreria, incontrano altri giovani, discutono, leggono e condividono passioni è una città che continua a produrre comunità.
La nuova Ubik, nel cuore di Avellino, nasce dunque con un’ambizione precisa: fare del libro non un oggetto da acquistare, ma un’esperienza da vivere.
E forse il valore più autentico di questa apertura sta proprio qui: nella volontà di restituire alla lettura una dimensione pubblica, condivisa, quotidiana, ma anche nel gesto di quattro giovani che scelgono di trasformare il proprio futuro in un progetto radicato nel Mezzogiorno.
Una libreria, certo.
Ma anche una soglia.
Una soglia dalla quale entrare nelle storie e dalla quale, qualche volta, uscire guardando il mondo con occhi nuovi.
E, soprattutto, una soglia attraverso la quale una generazione può ricordarci che restare non significa fermarsi: può significare scegliere un luogo, investire in esso, immaginarne il futuro e contribuire a costruirlo.
Carlo Levi con «Cristo si è fermato a Eboli» titolava il suo capolavoro, che appartiene alla memoria del Mezzogiorno; ma la sfida delle nuove generazioni è, forse, quella di fare in modo che il Sud non sia più raccontato soltanto come il luogo dove qualcosa si è fermato.
Che sia, finalmente, anche il luogo da cui qualcosa ricomincia.


