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Unioni, una nuova maggioranza?

 

A conclusione del dibattito in Senato, intervengo di nuovo sulla materia delle unioni civili non solo per ringraziare doverosamente Gerardo Salvatore per l’apprezzamento – che ricambio – riservato al mio ultimo articolo in materia, ma anche per aggiungere un elemento alle pertinenti riflessioni di Andrea Covotta che, per il solo fatto di essere state scritte e pubblicate prima del voto di fiducia, risultavano per forza di cose incomplete su un punto fondamentale. Il tema è questo: sulle unioni civili c’è stato in parlamento un cambio di maggioranza, come sostengono Lega e Forza Italia e come insinua anche qualche esponente dell’opposizione piddina che parla (Roberto Speranza) di una “roba indigeribile” e minaccia uno show down in congresso? O non è cambiato nulla, come minimizza il vicesegretario Lorenzo Guerini, perché, spiega, “i voti di Verdini non sono stati determinanti”? Insomma, il Partito democratico ha “cambiato natura” o è rimasto tale e quale, e quello cui abbiano assistito a palazzo Madama è soltanto l’ennesimo episodio di mediocre trasformismo parlamentare cui in Italia siamo storicamente abituati? Dirò subito che data la delicatezza della materia – qui si tratta di diritti, anche se di una minoranza – proprio di trasformismo non si può parlare; e dunque ci troviamo di fronte, su un punto specifico che non faceva parte del programma di governo, ad un ampliamento della maggioranza e non ad una sua stabile mutazione. Il voto del Senato, insomma, ha innestato una ardita operazione politica su una battaglia per i diritti, e il parziale successo della seconda (la legge poteva essere ancora migliore di quel che è risultata), ha consentito il compimento della prima. Il governo ne è uscito bene, checché se ne dica, perché ha riportato in avanti l’orologio della storia colmando un vuoto legislativo che ci penalizzava in Europa, su un tema in cui altri governi, ben più qualificati a sinistra, in passato avevano fallito. Ha dato prova di realismo politico e di concreto riformismo: una progettualità che si confronta con i dati della realtà e li modifica per conseguire i propri obiettivi. Contrariamente al governo, nessun altro può cantare vittoria: non naturalmente gli sconfitti dal voto dell’Aula, né i Cinque Stelle, costretti ad assentarsi dopo una condotta parlamentare contraddittoria e inconcludente (non è una novità); e neppure, a ben vedere, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, che forse non si rende ancora conto di aver affidato alla magistratura il compito di completare la legge sulle unioni civili nella parte (adozione del figlio del partner) in cui il parlamento non è riuscito a legiferare. Come andrà a finire lo ha fatto capire meglio di ogni altro il neo presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi, eletto quasi in concomitanza col voto del Senato, quando ha spiegato che la Corte continuerà, con le sue sentenze, ad incidere nella vita dei cittadini sul terreno della tutela dei diritti fondamentali, esercitando in modo “creativo” le proprie specifiche funzioni. Se ne ricordino gli alfaniani, prima di azzardarsi a protestare per la funzione di “supplenza” della magistratura e della stessa Corte, quando saranno chiamate ad intervenire dove il legislatore ha fallito. Dunque, riformismo, si diceva; e quindi valorizzazione del bene possibile da conseguire rinunciando al meglio assoluto, irrealizzabile. E anche qui c’è da registrare qualche significativa novità in una dialettica politica che tende a riprodursi sempre uguale a se stessa. La relatrice della legge avrebbe ben potuto rovesciare il tavolo, come suol dirsi, e contestare la soluzione trovata da due ministri (Boschi e Orlando) che ad un certo punto hanno preso in mano la situazione; e invece non l’ha fatto, anzi ha detto che “ha vinto l’Italia migliore”. Lo stesso si può dire di quelle associazioni che da anni si battevano inutilmente per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali e che hanno commentato, con parole di un loro esponente: “Preferisco il poco al rischio di avere zero”. In conclusione: un punto per il governo, da far valere fino al prossimo appuntamento: incombono le elezioni amministrative, l’Europa e soprattutto la crisi libica.
edito dal Quotidiano del Sud

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