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Premesso che un governo non cade per l’anticipo o il posticipo di un’ora del coprifuoco, e che il tentativo di imbastire una crisi politica su una questione del genere dimostra solo che non si dispone di argomentazioni più consistenti, l’astensione della Lega (poi ulteriormente ridimensionata a mera non partecipazione al voto) sul decreto riaperture all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di mercoledì, va esaminata nei dettagli e nelle conseguenze perché ha messo in luce per la prima volta un dissenso fra i partiti di maggioranza espresso in una sede istituzionale e fatto conoscere all’opinio – ne pubblica. La materia del contendere è di lieve entità e probabilmente la “ferita” verrà sanata fra un paio di settimane o forse anche prima quando, si spera, l’andamento positivo delle vaccinazioni e la diminuzione dei contagi consentiranno di riesaminare la questione a mente fredda, rimuovendo tra l’altro la contraddizione per la quale da lunedì i ristoranti potranno restare aperti fino alle 22, quando i clienti dovrebbero essere già tutti a casa. Ricondotto l’incidente alle sue reali dimensioni, resta però il senso politico dello strappo di Salvini e della sottolineatura operata subito dopo da Franceschini a nome del Pd, che ha definito “gra – ve” la posizione della Lega. Par di capire che il presidente del Consiglio avrebbe preferito considerare chiusa la questione, preferendo attirare l’attenzione sull’altro ben più importante argomento all’ordine del giorno della riunione di governo: le linee del Piano nazionale di ripresa e di resilienza che dovranno essere presentate alle Camere all’inizio della prossina settimana e subito dopo a Bruxelles per la necessaria approvazione. Tra l’altro, è prevedibile che sui contenuti del Piano e sulla governance che ne seguirà l’attuazione il confronto nella maggioranza sarà molto più acceso di quello andato in scena l’altra sera a palazzo Chigi; già se ne vedono le avvisaglie e Draghi avrà il suo bel daffare per mettere in mani sicure il controllo sui fondi in arrivo e il loro corretto impiego, onde evitare brutte figure in Europa o, addirittura, il blocco dei finanziamenti. Ma chi, al contrario di Draghi, non sembra intenzionato a considerare chiuso l’incidente è il Pd, che già ne fa un caso politico gravido di conseguenze. Il segretario Enrico Letta è stato drastico: “Salvini deve scegliere se stare al governo o all’opposizione”, ha detto ad un giornale spagnolo, accusando il leader leghista di “bombardare” il governo fin dal suo varo. La tesi sottostante alla polemica è chiara: Salvini, in calo di consensi come dimostrato dai sondaggi, e insidiato da Fratelli d’Italia, cavalca posizioni estremiste per mantenere la guida della coalizione di destra; ma l’equivoco non può durare a lungo. Il tentativo di metterlo alle strette – o dentro o fuori – è palese; ma Salvini, se ha capito la lezione del Papeete, non ci cascherà, e allo stesso Draghi non converrebbe affrontare la realizzazione del Pnrr con una maggioranza ristretta e un’opposizione rafforzata e combattiva. La formula del governo è destinata a restare quella richiesta da Mattarella, in vista dei due appuntamenti già scritti nel calendario: l’inizio del semestre bianco (fine luglio) che congelerà la legislatura, e le elezioni amministrative di autunno che, per quanto parziali, disegneranno i nuovi rapporti di forza nel centrodestra e nel centrosinistra. Con quelli si andrà all’elezione del Presidente della Repubblica, una figura istituzionale che, nella crisi dei partiti, nella persistente debolezza del Parlamento e nell’instabilità dei governi, ha assunto via via un ruolo centrale nel nostro ordinamento. Anche alcune mosse di questi giorni possono essere lette in funzione di quella scadenza; ma i tempi non sono ancora maturi per fare previsioni credibili.

di Guido Bossa

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