La Valle Ufita è ormai una delle storie industriali più complesse e ricorrenti della provincia. Una vicenda che si ripete nel tempo, tra cambi di proprietà, promesse mancate e crisi strutturali mai risolte. Prima Fiat, poi Iveco, Irisbus, Industria Italiana Autobus, fino all’attuale Menarini S.p.A.: cambiano i nomi, ma i problemi restano gli stessi.
A Flumeri sono coinvolti 430 lavoratori, di cui circa la metà in cassa integrazione per tredici settimane, a cui si aggiungono i 159 dipendenti dell’ex Bredamenarini di Bologna. L’unico stabilimento italiano dedicato alla produzione di autobus elettrici continua a vivere una fase di forte incertezza.
Una condizione che, secondo i lavoratori, si protrae da anni senza reali soluzioni. Anche l’arrivo di Seri Industrial, guidata dai fratelli Civitillo, non ha finora prodotto la svolta attesa. Anzi, tra gli operai cresce la preoccupazione per ciò che potrebbe accadere dopo la pausa estiva.
Tra i lavoratori più attivi nelle vertenze c’è Davide Iannuzzo, iscritto Fiom, da anni impegnato nelle battaglie sindacali dello stabilimento.
Iannuzzo, che storia è quella della vostra fabbrica?
«Si vive in una condizione di agonia costante dal 2011, nonostante tutte le battaglie portate avanti per il riavvio dello stabilimento. Gli unici a restare sempre presenti siamo stati noi lavoratori, insieme alle organizzazioni sindacali, a difendere una vertenza che non riguarda solo l’Irpinia ma l’intero Paese, visto che qui si parla dell’unico stabilimento italiano che produce autobus»
Una lunga storia…
«Questa è la realtà. Dal 2013, con l’epoca Del Rosso, la fabbrica è stata affidata a soggetti che non hanno portato risultati. Successivamente Invitalia, Leonardo e i turchi di Karsan hanno aggravato la situazione, con dirigenti che non sono riusciti a rilanciare l’azienda. Debiti su debiti, scaricati sui lavoratori attraverso la cassa integrazione.
Oggi siamo in mano a un privato, i Civitillo, sui quali avevamo già forti dubbi. Il Governo aveva promesso l’ingresso di un partner straniero, ma non si è visto nulla. Con le commesse ormai esaurite, lo stabilimento è fermo. A settembre sono previste altre 13 settimane di cassa integrazione. Intanto tutto tace e il rischio concreto è quello di uno svuotamento progressivo della fabbrica».
Garanzie per il futuro?
«Continueremo a chiederlo. Si parla di made in Italy, ma si stanno perdendo pezzi fondamentali della nostra industria. Anche questa è una vertenza strategica. La domanda è semplice: si vuole o no continuare a produrre autobus in Italia?».
«Su questa vertenza assistiamo a un progressivo abbandono politico. Nel tempo sono state messe solo pezze, senza mai una soluzione strutturale. Da anni chiediamo un piano industriale serio per il settore autobus, ma non arriva mai».
Tredici anni fa, ai tempi dell’Irisbus, ci furono forti mobilitazioni. Che differenza c’è rispetto ad allora?
«Come allora siamo dalla parte della ragione. Se nel 2011 abbiamo lottato senza indietreggiare di un millimetro, lo faremo anche oggi. All’epoca il governo Berlusconi agiva alla luce del sole, oggi invece i tavoli istituzionali si fanno di notte e quasi di nascosto».


