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Poco più di ottocentomila abitanti, il doppio della nostra Irpinia.  Una regione piccola come l’Umbria sta assumendo un grande valore nazionale. Tra un mese si voterà per la Regione e per la prima volta l’alleanza di governo giallo-rossa è diventata anche un’alleanza a livello amministrativo.  Il compito di provare a fare il Conte “regionale” è affidato all’imprenditore turistico Vincenzo Bianconi, presidente degli albergatori della regione che dovrà cercare di battere Donatella Tesei, senatrice della Lega e candidata di tutto il centrodestra. Si torna insomma ad un duello dopo che tutti gli ultimi turni elettorali erano stati caratterizzati da una sfida a tre. Il percorso che si è realizzato in Umbria parte da lontano dalla sconfitta subita lo scorso febbraio dai Cinque Stelle in Sardegna. Allora il Movimento decise di avviare una riforma interna con la possibilità di formare coalizioni con liste civiche alle elezioni locali. Fino a quel momento, i Cinque Stelle erano obbligati per statuto a correre sempre da soli e senza alleati. Ma politicamente il vero cambio di passo nasce con il secondo governo Conte. In molti all’interno del PD e dei Cinque Stelle hanno iniziato a ragionare sulla possibilità di trasferire l’alleanza parlamentare alle elezioni locali. Il motivo è quello di provare a invertire una tendenza che ha visto vincere negli ultimi test regionali sempre il centrodestra e alle porte c’è un alto numero di regioni che andrà a votare tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Il rischio che una sconfitta alle amministrative possa condizionare il cammino del governo nazionale è molto alto. Come Toscana ed Emilia-Romagna, l’Umbria è una delle storiche “regioni rosse”, governate da sempre da giunte di sinistra o centrosinistra. Per il PD perdere la regione sarebbe uno smacco storico, ma un’eventuale sconfitta potrebbe avere ripercussioni a livello nazionale e andare ad inficiare il progetto di alleanza organica tra PD e Movimento Cinque Stelle. La piccola Umbria è insomma l’apripista per il progetto di alleanza Zingaretti- Di Maio. La vera sfida è quella di vedere se un’intesa nata nel Palazzo possa affascinare rendendo sovrapponibili i rispettivi elettorati. Il più ottimista è Dario Franceschini tra i fautori dell’accordo PD-M5S. Il ministro vede l’intesa in Umbria come un altro passo verso la creazione di un campo riformista in grado di battere la Destra e cambiare l’Italia. E anche nel campo dei Cinque Stelle è un altro ministro, Spadafora, a sottolineare che la strada aperta con il PD e con le liste civiche debba essere percorsa per tutte le altre elezioni regionali perché il radicamento sui territori passa per le alleanze. Restano però i tanti distinguo e la freddezza dei renziani che non vedono al momento automatismi nelle alleanze con i Cinque Stelle. Il futuro è dunque pieno di incognite ma PD e Cinque Stelle hanno il dovere di provare a costruire un “qualcosa” che vada oltre il perimetro dell’alleanza di governo. I democratici sono da tempo percepiti come il partito delle elite e della credibilità a livello internazionale e hanno per questo sacrificato anche la loro natura iniziale. I Cinque Stelle sono passati in pochissimo tempo dal movimento del vaffa ad un partito capace in una sola legislatura di governare con forze politiche diversissime. Ilvo Diamanti ci ha spiegato che il Paese  è ancora spaesato e non trova indicazioni nella – e dalla – politica. Così, più degli amici, contano i nemici. E più del “consenso” diventa importante il “dissenso”. Sentimenti che però dovrebbero  lasciare il posto alla proposta. Tocca a PD e Cinque Stelle essere capaci di “vestire” di contenuti un’alleanza nata per necessità e che per molti resta innaturale.

di Andrea Covotta

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