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Le cifre che ci snocciola ogni sera alle 18 la Protezione civile ci fanno toccare con mano la dimensione mortifera di questa pandemia, ci stiamo avvicinando alla soglia di 500 morti ogni giorno e da ieri con 3.405 vittime abbiamo superato il totale dei decessi che si sono verificati in Cina (circa 3.300) con la differenza che la Cina ha una popolazione di oltre un miliardo di persone a fronte dei 60 milioni dell’ Italia. Del resto le simulazioni sviluppate in altri paesi ci forniscono una dimensione decisamente allarmante. Qualche giorno fa Le Monde ha dato notizia di uno studio presentato al governo francese il 12 marzo, realizzato da una equipe di esperti diretta dall’epidemiologo Neil Fergusson dell’Imperial College di Londra secondo il quale, in assenza di ogni intervento per contrastare la diffusione del virus, l’epidemia di COVID 19 potrebbe provocare in Francia da 300.000 a 500.000 morti. Poche ore dopo il Presidente Macron si è presentato in televisione per annunciare drastiche misure di isolamento sul modello di quelle italiane. Negli Stati Uniti la situazione è molto più grave per l’assenza di un sistema pubblico e universale di sanità, anche se in apparenza i numeri sembrano molto più bassi (circa 4.000). La differenza deriva soltanto dall’assenza di controlli. Dal primo caso (21 gennaio), gli Stati Uniti hanno testato circa 23 individui per milione di abitanti. In Italia facciamo più di 800 tamponi e in Corea del Sud circa 3.700 per milione di abitanti. Ad aggravare un quadro già drammatico, si aggiunge il fatto che quasi il 30 per cento dei lavoratori – per lo più nei settori retail, food&beverage, hospitality – e il 69 per cento dei lavoratori con salario minimo non hanno diritto a un congedo per malattia (sick leave). È quindi lecito aspettarsi che cittadini non assicurati, seppur contagiati e sintomatici, continueranno a lavorare, pur di non rinunciare a un salario, e affolleranno i pronto soccorso quando il loro stato di salute diventerà particolarmente grave. Il Center for Disease Control stima un numero di possibili contagi tra 160 e 214 milioni e un numero di morti tra 200mila e 1,7 milioni, scaglionati per area geografica su un intervallo di tempo di molti mesi. La stessa agenzia federale prevede da 2,4 a 21 milioni di ospedalizzazioni. Secondo l’American Hospital Association, nel 2018 nel paese erano disponibili poco più di 924 mila posti letto e poco più di 92 mila posti in terapia intensiva. (cfr Oriana Ciani e Rosanna Tarricone, La salute è un bene pubblico. Ma non negli Usa). E’ evidente quindi che ci troviamo nel mezzo di un disastro naturale globale destinato ad incidere profondamente sulla nostra vita collettiva e individuale come è avvenuto in altre epoche storiche che sono state segnate dal passaggio delle pestilenze o piagate dal flagello della guerra. “Noi oggi ci troviamo esattamente qui – ha scritto Mauro Magatti su Avvenire del 18 marzo – sospesi tra la vita e la morte. Tra un passato a cui non si può tornare, un presente terribile e un futuro che non sappiamo immaginare. E che potrà essere molto peggiore o molto migliore. Per andare nella seconda direzione occorre discernere nella situazione che stiamo vivendo gli aspetti di speranza da quelli mortiferi. In quella battaglia a cui assistiamo ogni giorno in cui vita e morte si confrontano a viso aperto.” Oggi più che mai abbiamo bisogno che la politica faccia delle scelte cruciali. Abbiamo bisogno di istituzioni collettive robuste che costruiscano coesione e solidarietà, che attivino cooperazione sul piano interno e internazionale perché nessuno si salva da solo. Il confronto fra la vita e la morte si gioca anche sul piano politico. La politica può scegliere una strada mortifera oppure può affrontare le sfide globali (epidemie, inquinamento, cambiamenti climatici) facendo ricorso ad una superiore consapevolezza dell’unità del genere umano. La prima strada è quella della cultura dello scarto espressa in modo plastico dal darwinismo sociale sposato da Boris Johnson, e dal sovranismo di Trump, che ha tentato di corrompere un’azienda tedesca per avere un vaccino nella disponibilità esclusiva degli USA. Sul piano sociale la scelta di Trump si riflette in quella foto delle persone in fila a Los Angeles per l’acquisto dei generi di prima necessità in vista delle restrizioni dell’epidemia. Si tratta di una fila ordinata in cui una quarantina di persone attendono in modo disciplinato il proprio turno mantenendosi a distanza di oltre un metro l’uno dall’altra. A differenza di quanto avviene da noi in Europa la fila non si fa per acquistare la pasta o l’olio. E’ un supermercato di armi quello a cui si rivolgono i consumatori, la fila si fa per acquistare fucili e pistole. E’ proprio vero, occorre discernere gli aspetti di speranza da quelli mortiferi: se vogliamo sopravvivere la politica deve finalmente ritrovare il suo ruolo di strumento di organizzazione della speranza.

di Domenico Gallo

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