Giovedì, 21 Maggio 2026
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Di Pino Bartoli

Si è scritto molto, in questi giorni, sul voto di condotta riportato agli scrutini di fine anno dai due alunni che hanno sparato pallini di gomma al loro docente durante la lezione (uno, in verità, era addetto a filmare l’evento). Non è stata premiata la precisione dei colpi e nemmeno la nitidezza delle riprese ma, ci assicurano, il rendimento scolastico. A parte la facile battuta resta il fatto che l’atto compiuto non abbia comportato nessun danno, in termini di avanzamento scolastico, ai due responsabili come è capitato, invece, all’alunno di Abbiategrasso che ferì la sua insegnante. Ma si era già capito quando, incontrando il Dirigente dell’Istituto dove si è verificato l’episodio il Ministro della Pubblica Istruzione aveva assicurato che avrebbe studiato “azioni per arginare l’aumento delle aggressioni nei confronti dei docenti”. Aria fritta. Come i suoi predecessori ha parlato di massimi sistemi, di rinascita, di nulla. Da un ministro di un governo di centro destra mi sarei aspettato qualcosa di più almeno dal punto di vista della disciplina e del rispetto delle regole. Ma, torniamo all’argomento; questo diverso modo di regolarsi, è la prova, ove ce ne fosse bisogno, che la scuola in Italia è morta. La tanto auspicata autonomia, che non avrebbe mai consentito, all’epoca, a Giovanni Pascoli di insegnare al Liceo di Matera, le sta solo organizzando i funerali. Mai nessuno ce lo spiegherà, ma sarebbe interessante saperlo, il rapporto esistente tra il docente colpito, il suo dirigente e gli altri insegnanti della scuola. La posizione assunta dal Preside e dalla mancanza di uno straccio di solidarietà espresso dai colleghi evidenzia una ruvidità o, almeno, una incomprensione tra le parti. Se questo sospetto fosse fondato, ecco la prova provata che la nostra scuola, incapace di motivare, e non solo per la scarsa retribuzione, i propri operatori, non ha più onore. I Dirigenti, spesso con formazione diversa da quella della scuola che dirigono, si ritrovano ad operare con autorità ma senza autorevolezza. Il primo preside che ho avuto da insegnante, anteponeva a tutto la dignità del suo Istituto. Aveva in organico dei docenti sicuramente non all’altezza del compito, sia come preparazione che come comportamento e che teneva costantemente sotto controllo sollecitando anche l’intervento di autorità superiori… Ma se qualcuno estraneo all’ambiente ne parlava male, diventava il loro strenuo difensore. Nella scuola, sosteneva, la forma è sostanza e tutte le componenti, compresi gli alunni, debbono contribuire alla tutela di entrambe. Lo capì a sue spese un mio compagno. Diligente e preparato rispettava poco gli insegnati delle materie da lui ritenute non importanti. A giugno, sui quadri, tra tanti voti alti si ritrovò una insufficienza in Educazione Fisica che dovette recuperare a settembre. E tenete conto che allora, come ora, la valutazione era di tutto, dico di tutto, il consiglio di classe.

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