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Zia Lidia Social Club, Carlo Luglio racconta la sua Dadapolis: Napoli, una straordinaria fucina di artisti ma si fa fatica a costruire comunità

Questa sera, al Partenio, la proiezione della pellicola con la partecipazione dei registi e delle Ebanessis

“Eravamo insoddisfatti della rappresentazione mediatica di Napoli, puramente oleografica o criminale o legata alla tuttologia di pochi. Di qui la volontà di rivolgere lo sguardo agli artisti divergenti. Uno sguardo che poi ha abbracciato rappresentanti più o meno conosciuti delle arti visive e della canzone”. E’ il regista partenopeo Carlo Luglio a spiegare come nasca l’idea di Dadapolis realizzato insieme a Fabio Gargano e agli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli con il sostegno della Film Commission . Questa sera, alle 19, sarà proiettato al Cinema Partenio di Avellino, nell’ambito della rassegna firmata dallo Zia Lidia. Saranno i due registi a confrontarsi con il pubblico insieme alle Ebanessis, espressione di un modo differente di rileggere la tradizione partenopea nel segno del teatro canzone. “A prendere forma una comunità con tanti rivoli – prosegue Carlo Luglio – un vero caleidoscopio, di qui il riferimento all’antologia di Fabrizia Ramondino e Friederich Muller nata dalla volontà di rappresentare, attraverso il coinvolgimento di tanti artisti, l’anima di Napoli. L’idea era quella di una narrazione che diventasse spazio di confronto, raccontando la città dal di dentro, attraverso la voce di scrittori, teatranti, filosofi, al confine tra mare e terra, con la distanza necessaria per consegnare una narrazione reale. Ad accogliere questi simposi presocratici sono scenari legati alla costiera ma non certo usuali, in cui il Vesuvio appare solo sullo sfondo. Cominciamo con Emanuele Valenti che approda sulle spiagge di Napoli come un naufrago, quasi ad aprire il proscenio, a restituire la dimensione di Napoli come città dell’accoglienza fino a San Giovanni a Teduccio, dove il film si conclude con una performance sulle ferraglie della vecchia fabbrica, a simboleggiare la bellezza e l’abbandono che caratterizzano Napoli”.

Ad aleggiare in tutta la pellicola – che consegna tra le altre le testimonianze di James Senese e Peppe Lanzetta – l’anima del drammaturgo Enzo Moscato, scomparso durante la lavorazione del film “Ho avuto il privilegio di lavorare con lui in ‘Radici’. Non solo i suoi testi sono presenti in Dadapolis, interpretati da artisti come Tonino Taiuti, e Cristina Donadio ma è come se la sua ombra fosse presente in ogni scena. Ho voluto rendere omaggio alla nuova drammaturgia napoletana ma anche raccontare la nuova generazione dei teatranti, da Fabio Pisano a Igor Esposito, da Lino Musella ad Emanuele Valenti. In questo modo consegniamo allo spettatore anche un dialogo intergenerazionale, accanto al rudere di una nave arrugginita, una grande artista come Anna Maria Pugliese dialoga con i giovani di un collettivo musicale o con uno street artist, o ancora lo psicoanalista basagliano Guelfo Margherita stimola le nuove leve artistiche con le sue provocazioni legate alla città”. Spiega come sono le quattro macroaree, acqua, aria, terra e fuoco, a scandire la narrazione, “dal fuoco che rappresenta la creazione della città alla Terra, simbolo della creatività fino all’acqua, richiamo alla morte e all’aria, simbolo dello sguardo al futuro”. Una dedica, quella a Enzo Moscato, che si affianca all’omaggio a Gaetano Di Vaio, anche lui scomparso prematuramente “compagno di avventura per tanti anni, con cui abbiamo fondato la società ‘I Figli del Bronx’ e realizzato progetti come ‘Sotto la stessa luna”, presentato anche qui ad Avellino con lo Zia Lidia. Era il cantore di un’altra Napoli che non ha voce, troppo spesso demonizzata o raccontata in modo di superficie, a cui Gaetano ha saputo offrire il suo sguardo carico di umanità”. Senza dimenticare il ricordo di Cristian Vollaro, “posteggiatore, riscoperto dopo la sua morte”.

E sul senso di “Dadapolis” sottolinea la scelta di riprendere il titolo del romanzo della Ramondino ma anche di richiamare la forza dirompente di movimenti d’avanguardia come il dadaismo “volevamo sottolineare la dimensione di Napoli come fucina di cambiamenti, come laboratorio capace di destrutturare linguaggi artistici e visioni consolidate. Al tempo stesso, è una città assoggettata, come il resto d’Italia, a regole e istituzioni che non favoriscono il cambiamento. Ecco perchè troppo spesso in tanti artisti manca il coraggio di essere davvero dadaisti, di uscire fuori dal coro. Quella che abbiamo raccontato è una illusione, una speranza più che un dato di fatto. Ognuno naviga per sè e a vista ma manca un progetto fondato sulla comunità e sul gruppo, capace di unire”. E sulle sfide a cui è chiamata oggi Napoli “Siamo subissati da una massa informe di turisti che non so quanto possa portare benefici al tessuto urbano e alla qualità della vita. Manca la cura per la città, a partire dagli aspetti strettamente legati alla manutenzione di strade ed edifici. Abbiamo una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione ma manca una classe intellettuale che abbia il coraggio di schierarsi e di difendere i diritti dei più deboli, molto spesso per la paura di perdere quel ruolo che ci si è ritagliati nel panorama nazionale. Penso come a Napoli sia mancata quasi del tutto qualsiasi mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese”. Sottolinea il valore di rassegne come quelle dello Zia Lidia “Siamo profondamente legati allo Zia Lidia, siamo stati ospiti della rassegna insieme a Gaetano Di Vaio anche quando ad accoglierla era il salotto della casa della signora Lidia. Rappresentano un sostegno importante per i registi indipendenti”. E pone l’accento sulla capacità del film di affermarsi su tutto il territorio nazionale “E’ stato presentato alle Giornate degli autori alla Mostra del Cinema di Venezia, candidato ai Nastri d’argento, ha avuto una buona distribuzione a Napoli, restando per tre settimane nelle sale e tra Milano, Bologna e Roma. Speriamo ci possa regalare sorprese importanti anche in occasione delle celebrazioni dei 2500 anni di Napoli”

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