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Di Guido Bossa

Una ricerca di “Tuttoscuola” elaborata su dati del ministero dell’Istruzione (e del merito) informa che in dieci anni in Italia sono state chiuse 2600 scuole ed altre milleduecento subiranno la stessa sorte nei prossimi cinque anni. Chiuse per mancanza di alunni: è il frutto malato del calo demografico che sta trasformando l’Italia in un paese di anziani che presto non avranno più giovani generazioni cui trasmettere i loro saperi. Finora il fenomeno riguarda le classi dell’infanzia e della primaria, ma presto si estenderà alle medie e alle superiori; e le cose non vanno meglio per chi le scuole continua a frequentarle, trovandosi fin dall’inizio con i problemi legati all’uso della lingua italiana. L’Invalsi, l’istituto che valuta i risultati del sistema educativo e formativo nazionale, rileva una crescente difficoltà da parte dei giovani e giovanissimi per la comprensione dei testi; negli anni settanta del secolo scorso il grande linguista Tullio De Mauro rilevò che in due decadi il vocabolario di base degli studenti ginnasiali si era più che dimezzato; da milleseicento e sei-settecento parole; oggi questo patrimonio essenziale si è ulteriormente ridotto. Si tratta, si badi bene, delle parole più usate, il che non vuol dire che non se ne conoscano altre, e ci mancherebbe: per parlare bene una lingua straniera bisognerebbe conoscere almeno millecinquecento vocaboli. Comunque il dato è desolante, e dovrebbe far riflettere non solo gli educatori e i genitori ma anche i politici, a partire da quanti si schierano a difesa dell’”identità” italiana, la quale più che essere minacciata non si sa bene da chi, sembra non adeguatamente coltivata in patria. Rispetto a queste considerazioni, il dibattito in corso sull’egemonia culturale o più generalmente la battaglia sulla cultura appare decisamente fuorviante. Di fatto, si è ridotto ad una disputa piuttosto mediocre e scontata sul ricambio che ad ogni mutamento di maggioranza politica avviene ai vertici della Rai intesa come azienda ma anche e soprattutto come testate giornalistiche, reti, direzione di programmi televisivi e radiofonici. Poiché la legge vuole che la Rai dipenda dal Governo, mentre al Parlamento spettano la formulazione di indirizzi generali sui contenuti dei programmi e il controllo ex post sugli stessi, pare ovvio che ogni nuovo inquilino di palazzo Chigi voglia assicurarsi la disponibilità di uno strumento che si ritiene ancora indispensabile ai fini della raccolta o del mantenimento del consenso. Ma è proprio così? La Rai, ridotta a contenitore di intrattenimento e di evasione, può indirizzare o imporre gli orientamenti culturali di un paese moderno, o di una “Nazione”, come si preferisce dire oggi? E i telegiornali, che comunque rispecchieranno sempre, nelle cronache politiche, le percentuali di consenso ottenute dai partiti alle elezioni, potranno modificare i coinvincimenti di un pubblico sempre più distratto? Quanto vale, in termini di consenso, un Tg e quanto l’opinione di un influencer? Chi può a buon titolo rivendicare un’egemonia sui gusti delle persone, dei giovani soprattutto? Dice qualcosa, in termini di cultura, il fatto che le novità più rilevanti, dall’Intelligenza artificiale ai nuovi linguaggi, dalla cosiddetta “cancel culture” alle ideologie della modernità che si stanno imponendo sulla crisi di quelle novecentesche, vengano tutte dagli Stati Uniti o dalla Cina e guardino all’Italia – o forse all’intera Europa – come ad un terreno da colonizzare?

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