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La vendetta non è una soluzione

Di Domenico Gallo

Nel campo desolato delle crudeltà e dei lutti seminati da un conflitto che dura, senza soluzione, da oltre 75 anni, le stragi indiscriminate compiute nel sud di Israele dai miliziani di Hamas, possono trovare un precedente di pari barbarie solo nel massacro nel campo profughi di Sabra e Chatila eseguito il 16 settembre del 1982 dalle falangi libanesi, al soldo e sotto il controllo delle truppe israeliane, in cui furono trucidate 3.500 persone innocenti, comprese donne e bambini. Questo record di orrore sta per essere superato a Gaza, specialmente dopo il bombardamento dell’Ospedale Battista Al-Ahli, che ha provocato 500 morti, compresi medici, paramedici, malati, partorienti e neonati, strappati alla vita dall’ira di Israele. Questo per dire che il metodo terroristico elevato alla sua massima potenza, non è l’elemento discriminante per qualificare i soggetti che lo praticano. In Medio Oriente il terrorismo non è appannaggio esclusivo di bande che si dedicano al terrore ispirate da fanatismi politici o religiosi, ma è praticato anche dagli Stati. Del resto è arduo distinguere fra la guerra ed il terrorismo poiché in guerra si tende a terrorizzare l’avversario utilizzando la morte e la minaccia della morte. Non a caso gli USA hanno denominato l’operazione di attacco all’Iraq nel marzo del 2003 “Shock and awe” (colpisci e terrorizza). In realtà la guerra (che secondo Kelsen consiste in un omicidio di massa) è una forma di terrorismo su vasta scala. L’unica cosa che potrebbe distinguere la guerra dal terrorismo è il diritto umanitario (lo ius in bello), se venisse rispettato dai belligeranti. La Comunità internazionale ha inteso rendere meno evanescente il diritto umanitario, qualificando come delitti internazionali (crimini di guerra) le violazioni del diritto umanitario ed istituendo una Corte penale internazionale per: “porre termine all’impunità degli autori di tali crimini, contribuendo in tal modo alla prevenzione di nuovi crimini.” Israele si è ben guardato dall’aderire alla Corte penale internazionale, e aveva motivo per farlo perché la sua furia di vendetta contro Gaza si realizza attraverso la massiccia violazione dei limiti alla violenza posti dal diritto umanitario che segnano il confine fra la guerra ed il terrorismo. La giornalista israeliana Ziv Stahl, sopravvisuta al massacro nel Kibbutz di Kfar Aza, ha scritto: “di una cosa sono certa più che mai: dobbiamo interrompere questo ciclo di morte”. E’ quello che avrebbero dovuto dire i leaders europei, se avessero avuto un po’ di cervello, invece di istigare Israele alla vendetta.

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