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Dal terremoto al terremoto buono delle idee

di Monia Gaita

Ogni irpino porta il suo terremoto oltre l’Irpinia del 1980. Forse perché il terremoto ci riguarda e appartiene pure a chi non lo ha vissuto.

C’è un lascito di pena, uno strascico di vuoto e di morte che sta sospeso nell’aria come quelle finissime e impalpabili particelle di pulviscolo che decollano d’estate nella stanza.

L’Irpinia nel frattempo è cambiata, ma quell’essenza perdura, aleggia nei campi e nelle strade, tra i banchi delle chiese, i tetti, i meli e le ringhiere. E soprattutto fa sosta nel pensiero di un’anima spazzata via e di un’identità per sempre demolita.

Una parte di questa meravigliosa terra finì inghiottita nella terra. Un’altra parte venne sfrattata dai vicoli ai container, e dopo tempo, al mesto anonimato degli alloggi popolari o delle case originali rimesse in piedi male dalla speculazione e dall’inganno.

I muri sgretolati non li vediamo più. Sono scomparsi? Della loro fisionomia antica non resta quasi traccia, per cui potremmo ammettere che non esistono. Invece hanno un abito immateriale che spalma d’incertezza presente e futuro. I muri sgretolati hanno la mamma sempre incinta e partoriscono una prole numerosa: l’abbandono dei paesi (quelli che rimangono sono i vecchi e i randagi), la crisi del lavoro, l’insoddisfazione, i tagli economici, aziendali, culturali e delle aspirazioni.

Ecco perché anche se siamo distratti dal rumore, dalla gioia, dagli impegni, dagli studi e dalle appassionanti o noiose relazioni, a volte andiamo controsenso e contromano fino al centro di quella rottura.

Ecco perché anche se quella parte d’Irpinia è deceduta quasi mezzo secolo fa, continua a vigilare seguendo il filo delle abitudini, le rotte inefficaci della politica, i tic di un’epoca e di una comunità che ancora non riesce a riscattarsi dal grigiore.

Se c’è una cosa buona che il terremoto reca in dono, sfrondata dal danno, dalle onde sismiche e dalla distruzione, è la carica sovversiva che introduce.

Se immaginiamo il terremoto come una rivolta, una sommossa della natura, se immaginiamo il terremoto nei contenuti di una rivoluzione morale e civile, se immaginiamo il terremoto nel suo significato positivo che aggancia l’amo all’accezione etimologica di moto o movimento della terra, se riflettiamo per un attimo quanto certi terremoti dello spirito e del volere giovino allo sviluppo, alla crescita e al perfezionamento di ciascuno, dobbiamo concludere che questi giorni privi di entusiasmo e di fiducia, hanno come sola fonte di nutrimento la stasi, la resa e la capitolazione.

La fiacca è entrata negli uffici, nei dibattiti, nelle scuole, nelle segreterie, nei palazzi del potere, nei pochi riti collettivi che ancora sopravvivono.

Ci accontentiamo di diritti nani: abbiamo smesso di contestare e di lottare.

Il terremoto no, quello che provocò quasi 3.000 vittime, non lo vogliamo più, vogliamo tenerlo lontano, ma il moto della terra delle idee non può diventare reperto di un’altra era. Quel moto coraggioso di energie, di partecipazione solidale, di voci fuori dal coro, di stimoli, proposte e obiettivi, merita di ritornare.

Non è il desiderio di ricorrere alla pratica protestataria e inconcludente, ma il desiderio di porre mano a una visione nuova dell’Irpinia.

Solo così dalle macerie risorgeranno i morti nei corpi di prima, solo così ricuciremo i lembi alle ferite rifondando la storia e l’orgoglio di una terra.

 

 

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