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La campagna elettorale americana che volge al termine (si vota martedì prossimo) ci ha offerto, grazie ad un effetto moltiplicatore che si è dispiegato davanti all’opinione pubblica internazionale, il meglio e il peggio della politica Usa; ma ha anche evidenziato la crisi del ruolo dell’America nel mondo, insidiato dalla globalizzazione di cui sicuramente l’economia a stelle e strisce ha beneficiato, mentre a lungo andare la politica ne è rimasta vittima e l’egemonia si è indebolita. Sette mesi fa, quando la corsa per la Casa Bianca era appena iniziata con il primo caucus in Iowa, avevo citato sul “Corriere” un passo della “Democrazia in America” di Tocqueville, che paragonava l’elezione del presidente ad un “uragano”, una “febbre” che coinvolgeva l’intero Paese in nome del “dogma” della sovranità popolare. L’analisi dell’intellettuale francese, tra i padri del liberalismo moderno, resta ancora fondata, e con essa l’ammirazione per un processo elettorale genuino e coinvolgente; con la differenza però che gli Stati Uniti non sono più l’indiscusso faro di civiltà cui tutti i popoli del mondo guardavano ai tempi di Tocqueville, e come furono per buona parte del secolo scorso quando per ben due volte intervennero sulla nostra sponda dell’Atlantico per salvare la democrazia nella vecchia Europa. Gli Stati europei, per quanto debolmente legati in un’Unione che stenta a manifestare un efficace protagonismo politico, sono impegnati in una vera e propria guerra commerciale nella quale diplomazia e colpi bassi si alternano, dal fallimento del trattato Ttip, alle supermulte ad imprese dei due colossi (Volkswagen da una parte, Apple e Google dall’altra). Sul piano geostrategico, il prossimo presidente, chiunque sia, se la dovrà vede con Cina, Russia, India, Brasile; e dovrà ridefinire i rapporti atlantici (Nato) e le politiche mediorientali. All’interno, poi, la campagna elettorale ha messo in luce i peggiori difetti del sistema, una vera e propria degenerazione fatta di ricatti finanziari sulla politica, minacce, corruzione, strapotere delle lobby, emergenza etica, demonizzazione dell’avversario. Insomma un quadro fosco, che tuttavia è stato bilanciato, almeno nella prima parte della campagna, da un confronto reale, davanti a tutto il Paese, sui temi più importanti dell’agenda politica interna e internazionale. Ma nel complesso non si può dire, nell’immediata vigilia del voto, che la spietata selezione delle primarie e il confronto fra i due candidati porteranno all’elezione di un presidente in grado di imprimere all’America e al mondo la svolta di cui si avverte il bisogno. Chiunque vinca, non avremo un nuovo Obama o un nuovo Kennedy, ma neppure un nuovo Reagan. L’eventuale vittoria di Hillary Clinton ci darebbe una presidenza sbiadita, un’ombra del carisma di Obama; quella di Donald Trump sarebbe un salto nel buio. L’America arriva al voto presidenziale in piena crisi politica ma anche etico-sociale. Si è rotto, e spesso nel sangue, il compromesso etnico che a partire dagli anni Sessanta aveva progressivamente integrato gli afroamericani nella società politica e nel sistema economico; anche il compromesso di genere, nato sulla spinta del femminismo e cresciuto in tutta la seconda metà del Novecento, rischierebbe un pericoloso arretramento con la eventuale sconfitta della sua portabandiera. Insomma, mai come oggi, gli Stati Uniti appaiono inadeguati al compito di protagonisti della scena mondiale che il potere economico e militare affida loro (Trump, poi, non ne vuol proprio sapere). Una debolezza che potrebbe essere bilanciata dall’Europa unita, se questa non fosse a sua volta indebolita dalle risorgenti pulsioni nazionali se non nazionaliste che l’attraversano. Con la Gran Bretagna e in nome della comune origine anglosassone, gli Usa avevano per così dire, messo un piede in Europa, ma ora con la Brexit perderanno anche questo appiglio, e proprio nel momento in cui un altro tradizionale alleato, il Giappone, guarda con più attenzione all’Asia che ad Occidente. Un bel rebus per il nuovo presidente.

edito dal Quotidiano del Sud

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