Entravi in quell’angusto spazio ed eri accolto con saluti fraterni, strette di mano e a volte con calorosi abbracci. C’era il bigliardino con le palline che facevano rumore toccando i confini di un campo di calcio virtuale. Intorno a un tavolo dai piedi traballanti, sotto gli occhi di curiosi avventori, si giocava a briscola, scopa e tressette, con qualche esclamazione dialettale a volte gioiosa altre volte di delusione, a seconda della conclusione della partita.
Le pareti erano tappezzate di bandiere e di foto incorniciate dei leader di riferimento nazionale: De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, ecc.
Tra fumi e olezzi vari, in quei pochi metri di una stanza situata quasi sempre a piano terra dell’edificio, operai, intellettuali, smessi i loro impegni, discutevano dei fatti del giorno, esprimendo la loro opinione, dialogando e confrontandosi, arricchendo il loro sapere.
Così quasi ogni sera.
In quei pochi metri, che si chiamavano “Sezione”, nasceva la politica che nutriva i partiti di appartenenza. Lì, si selezionava la classe dirigente, seguendo un percorso mai personale, ma di convinta solidarietà. In quei luoghi si elaboravano i manifesti con promesse o denunce da affiggere sulle cantonate delle città. Solo in occasione di eventi straordinari si ricorreva alla piazza o all’affitto per poche ore di un cinema. La mobilitazione era notevole e l’orgoglio dell’appartenenza era identificabile dal colore delle bandierine.
Le lotte produssero alcuni obiettivi che erano stati oggetto delle discussioni avvenute nelle sezioni e che avevano cominciato a rendere concreto l’art. 49 della Costituzione repubblicana, laddove afferma che: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Ma il mondo cambia velocemente e le stesse motivazioni di impegno assumono connotazioni diverse. Il cambiamento sarebbe giunto anni dopo, anche con l’arrivo della televisione in bianco e nero che dava spunto a ragionamenti collettivi.
Fin qui è una storia semplice, ma di grande passione civile e politica la cui narrazione, e i relativi approfondimenti, hanno impegnato filosofi e studiosi dei comportamenti sociali negli anni che vanno dalla ricostruzione post bellica fino a quelli del cosiddetto miracolo economico.
In realtà, negli anni del post fascismo, la povertà e la ricostruzione del Paese dalle macerie rappresentavano la forza trainante per modificare il grave stato di emergenza sociale. La classe operaia, come allora si definiva il proletariato insieme a una presenza del ceto medio, non andava in paradiso, ma lottava ora per ora, giorno per giorno perché fossero riconosciuti i diritti smarriti. La contrapposizione delle piazze offriva scontri duri, con linguaggi diversi, ma finalizzati e uniti nel raggiungimento di una società più giusta e a dimensione umana.
Che cosa sia accaduto dopo gli anni dell’impegno sarebbe qui molto complesso descrivere nei particolari. In realtà il cambiamento della società aveva cominciato a evidenziare una politica che lentamente entrava in agonia.
Le sezioni perdevano il loro valore comunitario, sostituite da circoli privati con fini economici e diavolerie tecnologiche che tolgono lo spazio al pensiero; la generazione dell’immediato dopoguerra, quasi fosse una propria vendetta, ha consegnato a quella successiva un apparente benessere privo di valori, ma con ambizioni a volte ossessive.
Si è passati dalla privazione al ripiegamento verso la società dei consumi.
Si è registrato, inoltre, un lento, ma inesorabile, scivolare verso la pretesa del rispetto dei diritti senza che l’impegno fosse rivolto allo stesso modo ai doveri.
In questo contesto, la politica e i partiti hanno avuto, e hanno ancora, grande responsabilità.
C’è stata la fase dei cosiddetti partiti personali che hanno ristretto la comune solidarietà nell’affrontare i problemi. I soggetti della politica si sono moltiplicati con la creazione di nuovi gruppi con interessi particolari.
Le stesse coalizioni si presentano oggi come un agglomerato di potere con linguaggi diversi e l’ambizione di primeggiare rispetto alla comune solidarietà.
Gli uomini soli al comando sono caduti, o per propria volontà o per convenienza, nella trappola del clientelismo per la raccolta del consenso. In questo contesto, si colloca anche la cosiddetta stagione dei sindaci che ha creato un segmento di contrasto tra le funzioni amministrative e l’esercizio della buona politica.
In conseguenza di quanto si è verificato, è andato sempre più scemando il valore della partecipazione. Segno di una grave disaffezione verso i partiti.
L’interesse elettorale si è spostato in parte notevole dalle forze politiche a nuovi soggetti sociali, associazioni, comitati, gruppi portatori di interessi generali.
Sono questi, nel tempo in cui viviamo, a dare una ventata di novità alla società che vuole cambiare. Il confronto propone spazi diversi dalle sezioni e tuttavia grazie alle nuove tecnologie anche i social diventano luogo di dibattito, sia pure polarizzato, di confronto e di auspicabile mediazione.
Certo la rozzezza e la prepotenza della vecchia politica che usa ancora demerito e incompetenza per mantenere saldo il potere sarà molto difficile da scalfire.
Tuttavia, i tempi mutano, le consapevolezze crescono, merito e competenza dovranno necessariamente accompagnare il lungo percorso di una nuova classe dirigente, unico presidio possibile di libertà e democrazia.


