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Tra affari, petrolio e ambiente

 

L’iniziativa della magistratura lucana su affari e petrolio, con le conseguenti dimissioni della ministra Guidi, ripropongono l’urgenza di una serena e responsabile riflessione sulla necessità di combattere i mutamenti climatici con la riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili. È una tematica questa sulla quale il dibattito s’accende, solo e sempre in coincidenza di fatti clamorosi, come quelli balzati alla ribalta della cronaca con l’inchiesta Tempa Rossa. Al centro del pluralismo delle opinioni sulla complessa materia pesa inevitabilmente il deficit energetico italiano, il blocco degli impianti estrattiferi, la minore ricchezza e il mancato sviluppo occupazionale collegato: sono tutti aspetti sacrosanti che non possono essere sottovalutati da chi avverte l’esigenza complessiva dello sviluppo. Parallelamente a questa lettura concreta della questione va con urgenza affrontata la prospettiva dell’innovazione e della ricerca per l’uso delle fonti rinnovabili. L’orizzonte progettuale non può essere locale, ma coinvolgere situazioni, risorse e interessi a dimensione globale: quando a livello provinciale irpino, rilevo le populistiche difese delle nostre eccellenze ambientali – acqua, produzioni tipiche e verde – avverto la legittimità dell’allarme, ma non riesco a intravedere percorsi progettuali robusti per coniugare sviluppo, occupazione e difesa dei «beni comuni». Espressione quest’ultima, fino a poco tempo fa, assente nella discussione pubblica, del tutto priva d’interesse per la politica, anche se il premio Nobel per l’economia era stato assegnato nel 2009 a Elinor Ostrom proprio per i suoi studi in questa materia. Non casualmente, nell’ottobre del 2011, nella nostra realtà provinciale nasceva il MIBC (Movimento Irpino per il Bene Comune) come presenza organizzata dei cristiani laici irpini per una partecipazione attiva e responsabile all’interno del tessuto civile, sociale ed ecclesiale irpino. Parimenti non casuale fu l’espressione "bene comune" associata al nome del Comune nel logo delle liste civiche nell’ultima competizione elettorale amministrativa di sei comuni irpini. Questa improvvisa esplosione dell’uso terminologico della accezione «bene comune», frattanto, faceva chiamare da Franco Cassano la "ragionevole follia dei beni comuni". Alla stessa agenda politica italiana, per la forza delle cose emergenti, venivano imposti dei mutamenti, come il referendum sull’acqua "come bene comune". In realtà il riferimento più credibile dell’espressione in esame è un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, sottraendolo – almeno parzialmente – alle feree logiche del mercato, pensando anche alle generazioni future. L’approdo alla dimensione collettiva dei beni comuni, scardina la dicotomia pubblico-privato e prospetta la possibilità di affidare la gestione degli stessi beni, oltre che ad enti pubblici, a "comunità di lavoratori ed utenti" secondo il dettato dell’articolo 43 della Costituzione. Cosicché i beni comuni si presentano come strumenti essenziali perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possono essere effettivamente esercitati. Per tornare alle suggestioni iniziali della mia riflessione la globalità delle questioni delineate, anche alla vigilia del prossimo referendum abrogativo sulle trivelle, esige che le forze del cambiamento legato allo sviluppo energetico, a livello europeo, si traducano nella promozione degli investimenti necessari per realizzare un equilibrio di lungo periodo fra carbone, gas e rinnovabili.
edito dal Quotidiano del Sud

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