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Ha ragione Adriano Giannola, presidente Svimez e, soprattutto, acuto osservatore della realtà meridionale: senza futuro, la memoria non serve. Egli, sollecitato da Massimo Adinolfi in un interessante colloquio pubblicato sulle colonne de Il Mattino, entra a gamba tesa nel dibattito apertosi in seguito alla proposta del Movimento 5 Stelle pugliese per la celebrazione di una giornata in memoria delle vittime dell’unificazione italiana e, pur argomentando la questione con riferimenti storici, non si attarda più di tanto e riflette sulle attuali condizioni del Mezzogiorno. Definisce il dibattito in corso controproducente, collocandolo nella categoria, già ben nutrita, di un “ meridionalismo recriminatorio”. Non ha certamente torto nell’affer – mare che si discute “sul nulla”, mentre occorrerebbe,invece, prendere coscienza che la questione meridionale va ben oltre la storicizzazione degli eventi, ponendosi come problema politico del governo del territorio. E non può certamente sfuggire il clamoroso errore fatto con la cancellazione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno e lo strumento Cassa che ebbe grandi meriti nella politica di infrastrutturazione dell’area meridionale. E che quello fu un errore è dimostrato dal fatto che si è avvertita l’esi – genza di far risorgere un ministero ad hoc per il Mezzogiorno, i cui primi passi appaiono decisamente significativi. E’ un errore, e anche su questo condivido l’analisi di Giannola, mettere insieme il lontano passato e gli errori compiuti, distribuendo torto e ragione, senza saper cogliere le nuove opportunità che il Mezzogiorno ha davanti. Esse hanno come riferimento il mar Mediterraneo, l’Europa e i nuovi mercati di espansione del continente africano. E’ una pagina ancora bianca, tutta da scrivere e con esiti decisamente interessanti. Per il Sud d’Ita – lia si tratta di investire in cultura, di invertire, una volta e per tutte, la retorica risorgimentale o dell’assi – stenzalismo come risposta ai bisogni dei meridionali. Il problema vero, come spesso sottolinea anche Gianfranco Viesti, è di fare spazio ad una classe dirigente che non abbia il complesso di un Sud brutto, sporco e cattivo, ma si ponga, in un processo davvero unitario, come interlocutrice attiva nell’interesse generale del Paese. Intanto a stare ai più recenti provvedimenti governativi (Decreto sul Mezzogiorno, analisi della Banca d’Italia, studio dello Svimez e della Confindustria) le prospettive volgono al meglio. Certo, resistono problemi legati alla globalizzazione (aumento della povertà, fatica a superare il gap dell’occupazione giovanile), ma se i benefici recentemente previsti e la direzione imboccata con gli investimenti infrastrutturali saranno gestiti con oculatezza, legalità e trasparenza è davvero possibile immaginare un diverso futuro per il Sud. E questo sarà anche un modo per tranquilizzare Filippo Veltri che sulle colonne di questo giornale recentemente, in modo sofferto, si chiedeva quale fosse la reale situazione del Sud: positiva o negativa? Dipende dal ruolo della classe dirigente nel saper tradurre in fatti le risorse disponibili, smettendo gli abiti dell’essere giacobini in Parlamento (quando sono presenti) e,invece, forcaioli nei loro territori, talvolta alleati con quei poteri oscuri e criminali che, da sempre, sono i veri nemici del Mezzogiorno. Forse oltre a Garibaldi, Cavour, il brigante Crocco e le tante responsabilità storiche del passato è giusto volgere lo sguardo al futuro e ragionare, in questa fase della tecnologia avanzata, quali opportunità deve saper cogliere il Sud.

Di Gianni Festa, Il Quotidiano del Sud (11/08/2017).

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