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Bignami bis, ecco la nuova versione della legge elettorale: premio di governabilità e liste bloccate

Presentato mercoledì 27 maggio in Commissione Affari costituzionali della Camera il nuovo testo-bis della proposta di riforma della legge elettorale, depositato dal centrodestra e firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. Il cosiddetto “Bignami-bis” è stato indicato dai relatori Nazario Pagano (Forza Italia), Angelo Rossi (FdI), Igor Iezzi (Lega) e Alessandro Colucci (Noi Moderati) come nuovo testo base per il prosieguo dell’esame parlamentare.

La scelta ha immediatamente provocato le proteste delle opposizioni, in particolare del Partito Democratico, secondo cui l’adozione del nuovo testo rischierebbe di escludere arbitrariamente alcuni temi già inclusi nel perimetro della discussione parlamentare, come il voto fuori sede e la raccolta digitale delle firme. Il relatore di Fratelli d’Italia Angelo Rossi ha spiegato che “al momento questa è stata la scelta”, precisando però che eventuali modifiche potranno essere introdotte nella fase emendativa. Il testo è ora all’esame del Centro studi della Camera.

Uno dei principali cambiamenti introdotti con il Bignami bis riguarda la soglia necessaria per ottenere il cosiddetto premio di governabilità. La percentuale minima richiesta passa infatti dal 40% al 42% dei voti e dovrà essere raggiunta sia alla Camera sia al Senato. Qualora la soglia non venisse raggiunta in uno dei due rami del Parlamento, scatterebbe automaticamente il sistema proporzionale per la distribuzione dei seggi.

Resta invariata l’entità del premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Cambia però il tetto massimo dei seggi attribuibili alla coalizione vincente, che scende da 230 a 220 deputati (su 400) e da 114 a 113 senatori (su 200). Una modifica introdotta per evitare il rischio, segnalato da diversi costituzionalisti durante le audizioni, di superare la soglia dei tre quinti dell’Aula, limite considerato delicato perché necessario per eleggere organi di garanzia come Corte costituzionale e Csm.

Scompare invece il ballottaggio nazionale previsto nella prima versione della riforma. Il testo originario ipotizzava un secondo turno nel caso in cui due coalizioni avessero superato il 35% senza raggiungere il 40%.

Confermato invece l’obbligo per partiti e coalizioni di indicare, contestualmente al deposito del simbolo e del programma elettorale, il nome della persona proposta per l’incarico di presidente del Consiglio. Nel caso di coalizioni, tutte le liste dovranno indicare obbligatoriamente lo stesso candidato premier.

Tra le novità compare anche una modifica alle norme sul voto degli italiani all’estero, con interventi sul DPR 104 del 2003 collegato alla legge Tremaglia. Entro tre mesi dall’entrata in vigore della riforma, il Governo dovrà intervenire per rafforzare i controlli sulla stampa delle schede elettorali, sulla spedizione dei plichi e sull’identificazione degli elettori che votano per corrispondenza.

Nessuna modifica anche sulle soglie di sbarramento, che restano fissate al 3%, con possibilità di recupero della prima lista esclusa all’interno di una coalizione.

Rimane inoltre il sistema delle liste bloccate, senza introduzione delle preferenze. Il testo conferma infatti la doppia lista bloccata: una di partito e una di coalizione per l’attribuzione del premio di governabilità. Una scelta criticata da diversi costituzionalisti, secondo cui il sistema rischia di limitare eccessivamente la libertà di scelta degli elettori. Non si esclude tuttavia che, durante l’esame in Aula, possano essere presentati emendamenti per introdurre le preferenze, tema sul quale si era espressa anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Nel frattempo la Conferenza dei capigruppo della Camera ha calendarizzato l’approdo della riforma in Aula per il 26 giugno, con l’obiettivo di concludere l’esame entro luglio. Una scelta definita dalle opposizioni “una colossale presa in giro del Parlamento”. Nel corso della seduta, il deputato dem Federico Fornaro ha inoltre invitato Nazario Pagano a valutare l’opportunità di lasciare il ruolo di relatore della riforma per garantire maggiore imparzialità nei lavori della Commissione. Una richiesta rispetto alla quale lo stesso Pagano si sarebbe mostrato possibilista.

 

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