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Crisi industriale in Irpinia: tra resistenza e necessità di una nuova strategia

L’epicentro delle preoccupazioni resta il comparto automotive. Negli ultimi anni l’intero settore europeo ha attraversato una fase di profonda trasformazione, determinata dal passaggio verso la mobilità elettrica, dall’aumento della concorrenza internazionale e dal rallentamento della domanda

– di Stefano Carluccio –

L’Irpinia vive una fase cruciale della propria storia economica. Dopo decenni in cui l’industria ha rappresentato uno dei principali motori dello sviluppo provinciale, oggi il territorio si trova davanti a sfide che mettono in discussione il futuro di interi comparti produttivi e di migliaia di lavoratori. La crisi che investe l’automotive europeo, le trasformazioni tecnologiche, la transizione energetica e il rallentamento della crescita industriale stanno producendo effetti significativi anche nella provincia di Avellino, da sempre caratterizzata da un tessuto manifatturiero diffuso e da una forte presenza di aziende legate alla filiera automobilistica.

L’epicentro delle preoccupazioni resta il comparto automotive. Negli ultimi anni l’intero settore europeo ha attraversato una fase di profonda trasformazione, determinata dal passaggio verso la mobilità elettrica, dall’aumento della concorrenza internazionale e dal rallentamento della domanda. Una situazione che ha avuto ripercussioni anche sugli stabilimenti italiani del gruppo Stellantis e sull’indotto collegato. Le difficoltà registrate in diversi siti produttivi nazionali hanno alimentato timori e incertezze anche in Irpinia, dove l’industria automobilistica rappresenta una componente fondamentale dell’economia locale.

Lo stabilimento Stellantis di Pratola Serra continua tuttavia a rappresentare un elemento di tenuta per il sistema industriale provinciale. Negli ultimi mesi sono emersi segnali di continuità produttiva legati alla realizzazione delle motorizzazioni diesel destinate ai veicoli commerciali del gruppo, una scelta che ha consentito di preservare livelli occupazionali e prospettive produttive nel medio periodo. Allo stesso tempo, però, sindacati e osservatori sottolineano come il futuro dello stabilimento sia ancora fortemente legato ai motori endotermici e quindi esposto alle evoluzioni del mercato e alle scelte strategiche dell’industria automobilistica europea.

Più complessa appare la situazione dell’indotto. Aziende storiche della filiera automotive hanno dovuto confrontarsi con una riduzione delle commesse e con la necessità di riorganizzare i processi produttivi. Emblematico il caso della Denso di Pianodardine, che negli ultimi anni ha avviato percorsi di ristrutturazione e gestione degli esuberi per fronteggiare il rallentamento del settore. Le trasformazioni in atto stanno imponendo alle imprese una revisione dei modelli produttivi e una crescente attenzione all’innovazione tecnologica.

Ma la crisi industriale dell’Irpinia non può essere ridotta alla sola vicenda dell’automotive. Il territorio continua infatti a fare i conti con problemi strutturali che precedono l’attuale fase economica. Lo spopolamento delle aree interne, la riduzione della popolazione attiva, le difficoltà infrastrutturali e la fuga dei giovani qualificati rappresentano fattori che incidono direttamente sulla capacità competitiva del sistema produttivo locale. Le aree interne campane, e l’Irpinia in particolare, scontano ancora oggi una distanza significativa dai principali poli di servizi, formazione e innovazione, nonostante gli investimenti programmati negli ultimi anni.

Accanto alle criticità emergono tuttavia alcuni segnali che potrebbero contribuire a una nuova stagione di sviluppo. Le opportunità offerte dalla Zona Economica Speciale unica del Mezzogiorno e le iniziative promosse dal Consorzio ASI di Avellino per il recupero e la valorizzazione dei capannoni industriali inutilizzati rappresentano strumenti importanti per attrarre nuovi investimenti. La disponibilità di aree produttive attrezzate potrebbe favorire l’insediamento di imprese innovative e contribuire alla diversificazione dell’economia provinciale.

In questo scenario appare sempre più evidente la necessità di una strategia industriale di lungo periodo. Le organizzazioni sindacali denunciano da tempo l’assenza di una visione organica capace di accompagnare la transizione industriale in corso. Il rischio è che le trasformazioni tecnologiche e ambientali vengano subite anziché governate, con conseguenze pesanti sul piano occupazionale. L’Irpinia ha bisogno di politiche industriali che favoriscano ricerca, innovazione e formazione professionale, creando le condizioni per la nascita di nuove filiere produttive e per il rafforzamento di quelle esistenti.

Fondamentale sarà anche il ruolo delle infrastrutture. Il completamento dell’Alta Velocità Napoli-Bari e il miglioramento dei collegamenti logistici potrebbero rappresentare un fattore decisivo per aumentare l’attrattività del territorio. In un mercato sempre più competitivo, la capacità di collegare rapidamente le aree produttive ai principali nodi nazionali ed europei costituisce una leva essenziale per lo sviluppo industriale.

La crisi industriale irpina, dunque, non è soltanto una fase congiunturale ma il riflesso di cambiamenti profondi che stanno interessando l’intero sistema economico europeo. Di fronte a queste trasformazioni non bastano gli ammortizzatori sociali o gli interventi emergenziali. Occorre costruire una prospettiva nuova che metta al centro innovazione, sostenibilità, competenze e valorizzazione delle risorse territoriali.

L’Irpinia dispone ancora di un patrimonio industriale importante, di competenze professionali consolidate e di una tradizione manifatturiera che rappresenta un valore aggiunto. Tuttavia, senza una strategia condivisa tra istituzioni, imprese e parti sociali, il rischio è quello di assistere a un progressivo ridimensionamento della base produttiva. La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: trasformare una fase di difficoltà in un’occasione di rilancio, evitando che la crisi diventi declino e facendo dell’innovazione la leva per costruire un nuovo modello di sviluppo per il territorio.

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