di Virgilio Iandiorio
Si può dare una risposta plausibile ad una domanda che, per essere troppo spesso formulata, ha finito con il diventare incomprensibile o meglio, starei per dire, troppo banale? Perché la cultura classica, perché studiare il latino, oggi?
Non vorrei sembrare irriverente, ma è un poco come chiedere ad un bambino perché gioca oppure quale vantaggio gli può derivare dalla sua azione ludica. Credo che ci guarderebbe stupito e non saprebbe darci una risposta. Perché non ci sono risposte.
Allora tutto l’affanno che si pone nel voler dimostrare l’utilità del latino ai giovani studenti, ma anche agli adulti, diventa una fatica inutile? Sì possono indicare cento e una ragione intorno alla necessità di conoscere la civiltà classica e studiare il latino; ma tutte, alla fine, poco “comprensibili” perché troppo scontate. Anche le parole quando si logorano perdono il loro significato!
In questo clima di incertezza, come quello che stiamo vivendo, quando sembra smarrito l’orientamento del nostro quotidiano, il ritorno ai classici potrà indicarci la rotta? Siamo anche noi alla ricerca di Enea, come lo furono nei secoli passati tanti dei nostri antenati europei e non?
Jacques Gaillard e Anne Debarède, hanno pubblicato a Parigi nel 2000 un libro dal titolo simpatico Urbi, orbi, etc… Le latin est partout, in cui sostengono la tesi che il latino è intorno a noi dappertutto. Un cavallo di Troia che noi coltiviamo dentro di noi, e che ci veicola a nostra insaputa non i soldati greci all’assalto della città, ma tante parole latine nel nostro parlare quotidiano e in tutti gli ambienti in cui viviamo. Gli autori latini non hanno scritto le loro opere per fornire dei testi di versione agli studenti liceali, con la volontà sadica di metterli in difficoltà con la consecutio temporum o con l’oratio obliqua.
Qualche esempio del nostro modo di esprimerci: diciamo super, extra, e vice versa ! L’opium dei media; dal pro rata parte ai qui pro quo che suscita fraintendimenti; si tratta di un processus che implica qualche alea qualche rischio e c’è spesso un post-scriptum : nove parole latine in poche righe, et tutte possiamo ritrovare nel dizionario di italiano o di francese. Possiamo aggiungere ancora delle abbreviazioni latine molto comuni: ut supra (come sopra), cf. (confer, riportati a), N.B. (nota bene), etc. (et cœtera), i.e. (id est, vale a dire), ibid. (ibidem, nello stesso luogo citato).
In Italia il dibattito sul problema dell’insegnamento del latino è ricorrente: nel 1996, la rivista MicroMega ospitò un dibattito sulla questione. Due gli articoli più interessanti: Apologia pro langue latina di Giancarlo Rossi, direttore della rivista Latinitas, e Come (non) s’ insegna il latino di Luigi Miraglia, docente di latino nei licei e artefice di Vivarium Novum, un centro di studi e cultura classica dove si usa la lingua latina nella comunicazione.
L’insegnamento del latino –sostiene nel suo articolo il prof. Luigi Miraglia– è compromesso dal modo come esso viene proposto ai giovani: la declinazione prima della comprensione del testo. Questo spiegherebbe perché gli studenti universitari, in minor tempo, diventino più esperti di latino degli studenti del liceo che studiano questa lingua per cinque anni. Perciò il prof. Miraglia propone una inversione di rotta: comprendere, prima di cercare di tradurre.
E io penso agli studenti che si tuffano nel vocabolario senza aver letto il testo, che a loro viene dato da tradurre in classe. Quasi che la traduzione fosse la pesca in mare aperto: basta calare le reti e le parole vengono catturate come i pesci



