di Fiore Carullo
C’e’ un momento, nella vita di ciascuno, in cui il viaggio sembra compiersi tornando là dove tutto era cominciato. Non è semplicemente un ritorno geografico, ma una riconquista interiore: il tempo trascorso, le persone, i paesaggi, le emozioni, le ferite e le speranze tornano a comporre un’identità, che sembrava dispersa.
È questa la dimensione profonda de “La forza dell’Alba” di Bonaventura Marino, protagonista a Nusco di un intenso incontro culturale, ospitato nella sede della Misericordia e promosso dalla Casa di Giuseppe Casciaro – Officina Culturale. Un appuntamento che ha trasformato la presentazione di un libro in una riflessione più ampia sul senso del ritorno, sulla memoria dei luoghi, sulla malattia, sulla famiglia e sulla necessità di continuare a progettare il futuro anche quando il tempo sembra farsi improvvisamente più breve.
L’incontro si è aperto con i saluti istituzionali del sindaco di Nusco Antonio Iuliano, mentre a introdurre i lavori è stato Giovanni Marino, della Casa di Giuseppe Casciaro – Officina Culturale. Con l’autore si sono confrontati Paolo Saggese, dirigente scolastico, Alberta De Simone, già deputata, Peppino Iuliano, saggista e poeta, Francesca Contino, laureata in Lettere classiche, e Luigi Anzalone, docente e già presidente della Provincia di Avellino. Le pagine del volume sono state accompagnate dalle letture dell’attrice Valeria Vaiano, mentre la serata è stata da me moderata, in qualità di giornalista. A impreziosire l’appuntamento anche l’intermezzo musicale del Duo Vincenzo Natale, fisarmonica, e Gerardo Pizza, sax.
Non un semplice libro di memorie, dunque, ma un testo nel quale la vicenda personale dell’autore si fa metafora di una condizione collettiva. Marino racconta la propria esistenza attraversando luoghi e stagioni differenti: l’infanzia a Nusco, la scuola, la famiglia, la formazione, la musica, i primi amori, la partenza, gli anni trascorsi tra Napoli e Roma, la professione medica, la moglie Elvira e i tre figli Carlo, Alessandro e Giuseppe.
Ma dentro questa storia privata si riflette una parte significativa della vicenda dell’Irpinia contemporanea.
Il libro segue infatti il filo della partenza e del ritorno, tema che nella letteratura meridionale ha assunto nel tempo una straordinaria forza simbolica. Marino appartiene a quella generazione che ha conosciuto l’esodo dai piccoli paesi verso le grandi città, la trasformazione sociale degli anni Settanta, il terremoto del 23 novembre 1980, le profonde modificazioni della vita comunitaria e, più recentemente, l’esperienza della pandemia.
È il racconto di un uomo che ha attraversato il proprio tempo senza mai recidere completamente il legame con la terra d’origine.
E proprio Nusco diventa nel libro qualcosa di più di uno scenario. È un luogo dell’anima, un archivio della memoria, un paesaggio umano nel quale riconoscersi. Le strade, le case, i boschi, le montagne, i volti e le relazioni diventano parte di un patrimonio interiore che il protagonista riscopre nel momento del ritorno.
La grande questione che il libro pone è allora quella della “restanza”: che cosa significa tornare? E soprattutto, che cosa significa scegliere di restare quando per tutta una vita si è conosciuta la dimensione della partenza?
La risposta di Marino non è nostalgica. Il passato non viene idealizzato. Il ritorno non significa cancellare la vita vissuta altrove, né rinnegare le esperienze accumulate. Significa piuttosto ricomporre le diverse parti di sé.
È questa forse la ragione per cui La forza dell’Alba supera i confini del racconto autobiografico. La vicenda di un uomo diventa una domanda rivolta a un’intera comunità: che cosa resta di un paese quando i suoi giovani partono? E che cosa può accadere quando qualcuno decide di tornare?
Il libro affronta anche il tema più intimo e doloroso della malattia. Non come semplice elemento biografico, ma come esperienza capace di modificare radicalmente il rapporto con il tempo. La consapevolezza della fragilità rende più urgente il desiderio di vivere pienamente il presente e di riappropriarsi di ciò che conta davvero.
Da qui nasce la forza dell’Alba evocata dal titolo: l’alba come metafora di una possibilità che ricomincia, di una luce che arriva dopo la notte, di una volontà di vita che non si lascia imprigionare dalla paura.
La malattia, nella narrazione di Marino, non cancella il futuro. Al contrario, rende ogni istante più prezioso e conferisce al ritorno un significato ancora più radicale. Tornare a Nusco significa ritrovare un luogo nel quale poter finalmente rallentare, ascoltare le proprie emozioni, ripercorrere la propria storia e stabilire un rapporto nuovo con il tempo.
È un passaggio particolarmente significativo perché l’autore non racconta soltanto le proprie fragilità, ma anche la forza del desiderio di vivere.
E in questa prospettiva acquistano particolare rilievo le pagine dedicate all’infanzia e alla formazione: l’iperprotezione materna, gli anni della scuola elementare, l’esperienza della scuola media, le prime esperienze religiose, il liceo a Nusco e poi l’Università a Napoli. Una formazione nella quale la famiglia, la scuola e il paese rappresentano i primi luoghi di costruzione della personalità.
Accanto alla scuola c’è la musica, altra grande presenza nel percorso dell’autore. L’imprinting ricevuto dal nonno materno, la passione per la musica e l’esperienza giovanile nel gruppo Quinta Dimensione restituiscono l’immagine di una generazione che cercava attraverso la musica nuove forme di libertà, socialità e appartenenza.
E poi ci sono gli animali, gli affetti, i primi amori, le amicizie, la professione, la famiglia. Una successione di esperienze che non viene proposta come semplice cronaca, ma come una sorta di mappa sentimentale dell’esistenza.
In questo senso il libro si colloca dentro una tradizione letteraria nella quale la memoria individuale diventa strumento per comprendere una comunità. Il ricordo personale si apre alla storia collettiva, e la storia di Nusco diventa una delle tante storie dei piccoli paesi del Mezzogiorno alle prese con lo spopolamento, l’emigrazione, l’invecchiamento demografico e la progressiva perdita di relazioni.
Ma Marino non sembra arrendersi a questa diagnosi.
La sua risposta è affidata alla possibilità di ricostruire le comunità attraverso le relazioni umane. Un paese, suggerisce la sua narrazione, non è soltanto un insieme di edifici, strade e monumenti: è soprattutto una rete di persone, memorie, affetti, consuetudini e riconoscimenti reciproci.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più preziosi del volume: la capacità di parlare dell’Irpinia senza trasformarla in una cartolina nostalgica.
Nusco è luogo reale e luogo simbolico. È il paese concreto nel quale Marino è nato e al quale ritorna, ma anche la rappresentazione di tutti quei piccoli centri nei quali la memoria rischia di diventare l’unica forma di sopravvivenza. Il ritorno dell’autore assume così un valore civile: tornare significa anche provare a restituire qualcosa al luogo da cui si è partiti.
Alla fine, ciò che rimane de La forza dell’Alba è soprattutto una domanda: quanto può essere ancora forte il desiderio di ricominciare?
Bonaventura Marino risponde con la propria esperienza. Il ritorno non è una resa, né un rifugio nel passato. È una scelta. È il tentativo di abitare nuovamente il proprio tempo, di riconoscersi nei luoghi dell’infanzia, di riannodare fili che sembravano spezzati.
E allora l’alba diventa davvero una metafora potente: non soltanto la luce che segue la notte, ma la possibilità di un nuovo inizio.
Perché, come suggerisce il percorso umano raccontato da Marino, quando si torna nei luoghi dell’origine non si torna mai esattamente alla persona che era partita. Si torna con tutto ciò che la vita ci ha insegnato.
E forse è proprio lì, in quella distanza tra la partenza e il ritorno, che nasce la forza dell’Alba.




