Antonio Graziano, ritenuto l’esponente di primo piano dell’omonimo clan quindicese e il killer della strage delle donne di Via Cassese del 26 maggio 2002 resta al 41 bis. I giudici della I Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno deciso che il 63enne deve rimanere al carcere duro per altri due anni. Decisione che arriva dopo il rigetto del ricorso del boss contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma, che il 5 dicembre del 2025 aveva respinto l’impugnazione contro la proroga del 41 bis applicata a Graziano dal Guardasigilli Carlo Nordio. Graziano è detenuto presso la Casa circondariale di Cuneo, in esecuzione di provvedimento di cumulo della Procura Generale di Napoli dell’ottobre 2008, per associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, tentato omicidio, violazione legge armi ed altro, con condanna a 30 anni di reclusione.
Graziano, i catturato in un nascondiglio dopo un’operazione congiunta di Polizia e Carabinieri, è stato riconosciuto come l’autore materiale della strage delle donne di Via Cassese a Quindici del 26 maggio 2002 . La strage ha causato la morte di una figlia sedicenne, una sorella e una cognata del boss rivale Biagio Cava. Attualmente, Graziano sta scontando una condanna a 30 anni.
Secondo le informative della Direzione Nazionale Antimafia e dei Carabinieri, diversi elementi hanno determinato la proroga del regime. Secondo le informative della Direzione Nazionale Antimafia e dei Carabinieri, diversi elementi hanno determinato la proroga del regime. In primo luogo, il ruolo di spicco di Graziano all’interno dell’organizzazione criminale, insieme a due fattori aggiuntivi. Il primo riguarda la continua attività del gruppo criminale, dimostrata da numerose operazioni che coinvolgono vari membri, molti dei quali familiari stretti di Graziano, considerati partecipi dell’associazione camorristica diretta dal fratello di Graziano o ad essa vicini. Il secondo fattore è legato all’interesse costante dimostrato da Graziano, fino a tempi recenti, per le vicende della criminalità organizzata campana e per il clan di appartenenza, anche attraverso l’uso di un linguaggio criptico durante colloqui registrati nel carcere di Cuneo.
Per i magistrati Antonio Graziano può continuare ad avere rapporti con l’esterno. A partire dalla sua qualità di elemento apicale dell’omonimo clan camorristico, operante nel comune di Quindici e zone limitrofe dell’avellinese. Il decorso del tempo e lo stato di detenzione non hanno mutato il ruolo e la funzione del suddetto nell’organizzazione; dalla forte e risalente contrapposizione tra detto clan e quello dei Cava, che ha determinato una vera e propria guerra locale, senza esclusione di colpi, nella quale non si è esitato ad uccidere i vari appartenenti alle due fazioni, e dalla registrazione, in tempi molto recenti, di episodi omicidiarii, come l’omicidio di Giulio Maffettone, appartenente al clan Cava, in data 6 marzo 2016″.
A questo si aggiunge anche che “il detenuto reclamante ha tentato ripetutamente, mentre si trovava ristretto al 41-bis nel carcere di Ascoli Piceno, di dirigere gli affari della cosca, per come emerge dai colloqui con i familiari intercettati. Le risalenti condanne del detenuto per reati associativi non lo hanno dissuaso dal continuare a delinquere, sussistendo nel casellario 14 iscrizioni per reati commessi dal 1981 al 2021, che decisamente evidenziano lo spessore criminale di Graziano, numerose e di particolare gravità risultano, altresì, le pendenze”. Infine dall’informativa del Comando Provinciale Carabinieri.
Per i magistrati della Corte di Cassazione, come avrebbero correttamente rilevato i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma, esiste il “concreto rischio di ripristino di collegamenti con il sodalizio di appartenenza, come evidenziato, oltre che dal ruolo di spicco di Graziano nella consorteria e dalla assenza di dissociazione, da recenti operazioni di Polizia giudiziAria, dalle quali si evince la mancata disarticolazione del gruppo (contrariamente a quanto sostenuto in ricorso) nonostante i molteplici arresti, l’operatività del clan e la persistenza della storica contrapposizione col clan Cava, nonché dal tentativo da parte del detenuto di continuare a dirigere il clan tramite i familiari, nel corso dei colloqui”.

