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Un dodicenne che impugna una pistola e sparando infrange i vetri di un’auto; un altro ragazzo di un anno più grande, aiutato da coetanei, infila il coltello nello stomaco di un giovane studente per rubargli il telefonino: sono segni dei tempi degradati che allarmano e pongono domande. Sono brani di una racconto, ormai quasi quotidiano, che s’identificano con quel preoccupante fenomeno delle cosiddette baby gang che, non solo a Napoli, stanno dando vita ad una questione epocale. Sociologi, uomini di chiesa, politici, operatori sociali scendono in campo consegnando le loro riflessioni e avanzando proposte. Tutto con grande ritardo giacché, è bene scriverlo, il disagio giovanile covava sotto la cenere. Indubbiamente il dato di partenza è la crisi dei valori. O meglio la crisi di una generazione. Che non è quella che oggi si affaccia alla vita sociale, ma registra il fallimento della crisi genitoriale.

Con troppa velocità il mondo sta cambiando: il distacco tra chi ha generato e chi entra nel mondo è sconvolgente. La memoria non trasmessa riempie il vuoto dell’assenza dell’impegno. Non è poco affidarsi alla considerazione che la società del tutto e subito ha reso muto il rapporto tra genitori e figli. Il tempo del dialogo è sostituito dall’ossessione dell’uso del cellulare che risuona nella pietanza che si consuma a tavola, o dalla distrazione dei genitori con gli occhi puntati su un televisore che offre discutibili intrattenimenti, talvolta all’insegna della volgarità. Per tutto questo non c’è stato un adeguato investimento sociale, a partire dalla lotta all’evasione scolastica, fino alla creazione di posti di lavoro, in assenza dei quali sono i modelli della prepotenza-delinquenza ad avere la meglio. Ma è bene anche allargare lo sguardo all’editoria e ai modelli che essa propone. Cito un esempio che si ricava alle recenti indagini della magistratura e spiegano le incursioni di alcuni componenti delle baby gang.

L’aggressione di Ciro alla metro Policlinico, il ragazzo picchiato e ferito con il cinturino dell’orologio, così come faceva il boss Genny Savastano, altro non è che l’assenza di un filtro nella eterna questione tra il bene e il male. Non ho nulla da eccepire contro lo scrittore Roberto Saviano, fenomeno educativo contro la malavita, in particolare la camorra, ma rifletto e mi chiedo, con inquietudine, quanto la sua Gomorra, diventata serie tv, possa far male a giovani ribelli e pronti ad emulare modelli negativi. Considero Saviano, insieme alla più tenace combattente contro la camorra Rosaria Capacchione, con cui ho collaborato per molti anni, una risorsa intellettuale di grande valore, non fosse altro che per aver denunciato fenomeni malavitosi ben descritto nelle indagini poliziesche, ma ritengo, altresì che il danno provocato dalle sue opere e derivati, molto appetibili dall’industria editoriale non ha assolutamente contribuito a combattere la fragilità di alcuni ragazzi che emulano i protagonisti della sua Gomorra. Scrivo questo ben sapendo di procurarmi malanimo di chi la pensa diversamente.

Certo è che ciascuno con la propria presenza, ma soprattutto con la propria assenza, ha contribuito a sottovalutare un fenomeno che oggi si vorrebbe affrontare o inviando un nugolo di poliziotti in più a Napoli o, come, si propone da qualche parte, agendo sul piano dell’intervento giudiziario. E’ troppo poco tutto questo per fronteggiare una piaga che diventa putrida di giorno in giorno. Possiamo dirci moderno rispetto a quello che accade? A mio avviso una modernità non gestita con i valori si trasforma in barbarie e chiama a responsabilità collettive. Come quella che ha la scuola, con un insegnamento disordinato e più interessato a seguire gli spostamenti dei docenti che, come si dovrebbe, puntare sulla formazione degli studenti.

Ciò detto è senza dubbio, almeno a me pare, che in crisi oggi siano le tradizionali agenzie educative: dalla famiglia, alla stessa chiesa, non sempre maestra di buoni esempi, alla scuola, travolta da riforme che trasformano senza incidere nel tessuto sociale. A tutto questo occorre aggiungere il mancato impegno delle istituzioni che non usano i potenti strumenti di cui dispongono. Penso ad esempio alla scarsa attenzione che viene rivolta al volontariato, che senza un’adeguata politica valoriale rischia di trasformarsi in un ufficio di collocamento per la creazione di un nuovo e illusorio precariato. Lo stesso discorso, calandosi nella realtà delle Regioni, può farsi per il ruolo che svolgono i Piani di Zona sociale che, laddove funzionano, sono dispensatori di mance e prebende, senza incidere nel tessuto sociale. Certo è che di fronte al dilagare del fenomeno occorre scrivere una nuova pagina per riguadagnare il tempo perduto.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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