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Selvetella, “la scrittura per vincere il dolore”

di Antonietta Gnerre

Yari Selvetella è nato a Roma da una famiglia che affonda le sue radici in Irpinia, precisamente a San Mango sul Calore. Collabora come giornalista con vari programmi della Rai, tra cui “Uno Mattina” e “Linea Verde”. Ha pubblicato moltissimi libri che spaziano dalla biografia di Rino Gaetano ai romanzi Male e Peggio (Avagliano, 2007), Uccidere Ancora (Newton Compton, 2009), la cui trama è liberamente ispirata al Massacro del Circeo e La banda Tevere (Mondadori Strade Blu 2015). Le stanze dell’addio – pubblicato a gennaio da Bompiani – rappresenta senz’altro il libro della sua maturità, con una scrittura che attraversa dal sottofondo della vita le stanze dei ricordi.

Le stanze dell’addio è un romanzo che parla del dolore per la morte della tua compagna, Giovanna De Angelis, scrittrice e editor. Quanto tempo hai lavorato a questo libro?

La prima stesura di questo libro è avvenuta in pochi mesi, circa cinque anni fa. Ho scritto su un quaderno la storia che non osavo pronunciare. Anni dopo ho deciso che era arrivato il momento di rileggere quelle parole e perfino di condividerle. Questa intenzione mi ha portato a scrivere ancora qualche capitolo e il libro ha preso la sua forma attuale. Tuttavia il lavoro interiore che lo ha determinato è ancora in movimento e si arricchisce dall’incontro con gli altri, con chi legge il libro.

Un lavoro denso di vita, malgrado la sofferenza. Malgrado la morte. Pagine che ricompongono un’assenza con la forza di una scrittura umanamente alta.

Grazie, mi fa piacere che tu abbia sentito questa forza. Purtroppo non credo che un’assenza possa essere vinta dalle parole, ma non è nemmeno necessario affogarla nel silenzio. Io ho deciso di scrivere.

Anche Patrizia Valduga nel poemetto Requiem, dedicato al padre, interpreta con una scrittura centellinata la sofferenza della morte. La scrittura, secondo te, riesce a superare il dolore?

Per quanto mi riguarda, quando ho smesso di piangere ho iniziato a scrivere. Trovo che sia un gesto utile, ma purtroppo non decisivo. Del resto non sono nemmeno così convinto che il dolore debba essere superato. La vera sfida mi sembra invece conservarlo, ma evitando che ci occupi completamente, che ci impedisca di fare molte altre cose. La fortuna è avere altri affetti, persone di cui fidarsi. Siamo in un mondo così pieno di specchi, in cui l’altro rischia di diventare solo un inciampo nell’inquadratura di un selfie. Allora questo sostegno può diventare una rarità. Lo ripeto, in questo sono stato fortunato.

Gli oggetti del quotidiano, le sensazioni, gli ospedali riappaiano e scompaiono sulle pagine. Come se avessero la forza di fermare il tempo e di proiettarlo nel futuro.

Sì, per me è come se su alcuni oggetti e su alcuni ricordi si fosse depositata una coltre: su di essa lasciamo le nostre tracce attuali e cerchiamo la persistenza di quelle ormai perdute. E ci sembra tutto così prezioso. Però arriva il momento in cui questi stessi oggetti, queste prospettive che abbiamo tentato di custodire diventano asfissianti e, per quanto possibile, dobbiamo liberarcene. Lasciare spazio al presente, smaltire gli ingombri, credere nel futuro.

Scrivi ancora poesie?

Non così spesso, ma sì, ne scrivo. Specialmente quando sono in viaggio. Non so se è perché ho un rapporto complicato con la solitudine o perché non mi passa quello stupore antico per cui essere lontani da casa è sempre un pretesto per cercare una qualche verità, per giocare con essa, mettendo in fila le parole.

Sei originario di San Mango sul Calore, che rapporto hai con l’Irpinia?

Di grande affetto. Perché penso subito a due persone molto importanti per la mia formazione: i miei nonni Mario e Anna, e poi parenti e amici che vivono ancora da quelle parti. L’Irpinia per me è la familiarità con certi sapori, è il dolore del terremoto, è nei loro racconti d’infanzia, in un bicchiere di vino, in una carezza fatta da mani che conoscono il lavoro. Per me il sud comincia dopo Porta Maggiore, a Roma, all’imbocco della via Casilina: da lì in giù mi sento a casa.

 

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