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Governo: come uscire dallo stallo? 

“Stallo”. Il termine usato dal Presidente della Repubblica per descrivere la situazione che i partiti gli hanno presentato al termine del secondo giro di consultazioni è il più drammatico e il più allarmante tra quelli che hanno fin qui punteggiato la crisi post elettorale. Per spiegarne il significato il vocabolario Treccani parla di una “condizione di attesa e d’inazione forzata, soprattutto per non avere vie d’uscita o soluzioni alternative e risolutive”.

Nel gioco degli scacchi rappresenta la posizione del giocatore costretto all’immobilità per non esporsi alla presa da parte dell’avversario. Ma mentre in questo caso la partita si può concludere con la parità, in politica l’immobilismo non è consentito, soprattutto quando, come nel caso italiano la situazione sociale del Paese, la congiuntura economica, le imminenti scadenze europee e l’acuirsi delle tensioni internazionali alle porte di casa nostra “richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto fra i partiti” per raggiungere l’obiettivo “di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni”.

Dunque è “stallo”. E se il termine esce per una volta dal gergo giornalistico, dove è stato anche abusato, per entrare nel solitamente prudente vocabolario presidenziale, vuol dire che la situazione è veramente drammatica, tale da richiedere una iniziativa eccezionale, straordinaria, dell’unica autorità che può rimettere in moto la partita istituzionale. La diagnosi di Sergio Mattarella prelude, insomma, ad un intervento diretto del Capo dello Stato per sciogliere i nodi della crisi. Come? Da escludere un nuovo scioglimento delle Camere, che contrasterebbe con il proposito di dare subito un governo al Paese; mentre è possibile ogni altra mossa capace di far sì che “si sviluppi e si concluda positivamente un confronto tra i partiti per raggiungere quell’obiettivo”.

Ancora qualche giorno, insomma, e poi sarà il Quirinale a prendere in mano il bandolo della matassa indicando la via d’uscita dalla crisi, che non potrà non essere che l’attribuzione dell’incarico di governo ad una personalità in grado di sciogliere l’incomunicabilità tra i partiti e annodare le fila di un dialogo che, con ogni evidenza, non si è mai avviato sul piano politico, anche se gli accordi spartitori fra Cinque Stelle e Lega hanno reso possibile l’operatività del Parlamento con l’elezione degli uffici di presidenza e la composizione delle Commissioni speciali di Camera e Senato. I pochi giorni di tempo che Mattarella ha concesso alla propria ulteriore riflessione potranno servire anche ai due principali contendenti di questa fase per trovare in extremis quell’accordo che finora è mancato, ma se anche questa prova d’appello verrà disattesa, potrebbe rivelarsi inutile il conferimento di un incarico esplorativo o di un preincarico all’uno o all’altro. Sarà piuttosto un “governo del Presidente”, affidato ad una figura istituzionale o ad un politico estraneo alla contesa, a certificare il fallimento di Grillo e Di Maio, e a sollecitare l’ingresso in campo di altri giocatori finora rimasti al di fuori del perimetro di gioco.

Non a caso, poco prima della dichiarazione di Mattarella, il Pd aveva fatto sapere di essere pronto al confronto con chi avrebbe ricevuto l’incarico. Questa disponibilità non contraddice la posizione fin qui sostenuta, proprio perché l’iniziativa presidenziale avrebbe certificato il passaggio ad una nuova fase della crisi con il riconoscimento dell’incapacità dei due “vincitori” delle elezioni di garantire da soli la governabilità. I prossimi giorni saranno decisivi.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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