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Come al solito la benemerita Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) consegna agli italiani lo stato di salute del Sud. Questa volta il rapporto presentato al Parlamento evidenzia una realtà ancora più complessa. Nella quale non mancano segnali di ripresa per alcune regioni insieme, però, ad elementi contraddittori sul futuro di questa vasta area del Paese. Si tratta di timidi segnali che fanno pensare ad una ripresa, soprattutto in considerazione dell’innovazione, se e quando ci sarà, del Reddito di cittadinanza. Per il quale, è bene dirlo, oltre ad un impegno stimato in oltre 15 miliardi per 1,8 milioni di famiglie, vanno definite le finalità: assistenziali o produttivo? Tuttavia l’aridità delle cifre non dà conto di alcuni fenomeni che sono alla base dei ritardi dello sviluppo meridionale. Mi riferisco, in particolare, al ruolo, sempre più predominante, delle organizzazioni criminali che non incentivano l’insediamento di attività produttive, anzi demotivano chi dai paesi europei, e non solo, vede nel Sud anche un’occasione di sfruttamento del patrimonio culturale e naturale. Tutto questo va a coniugarsi, stando ai dati del Rapporto, con tre fattori di riferimento: l’occupazione, l’abbandono scolastico e la fuga dei cervelli. Per quanto riguarda il lavoro a metà del 2018, rileva la Svimez, il numero degli occupati al Sud rispetto al 2008 è inferiore di 276 mila unità, mentre, relativamente allo stesso periodo, nel centro-nord è superiore di 382 mila unità. Sono le cifre di un dualismo che si aggrava sempre di più. Per quanto attiene l’abbandono scolastico nel Sud sono circa 300.000 i giovani che lasciano la scuola. Terzo fattore di impoverimento del Mezzogiorno è la fuga dei cervelli. La Svimez offre, in questo settore, elementi di grande preoccupazione: “E’ un fenomeno che riguarda tutte le Regione del Mezzogiorno, con la sola eccezione della Sardegna” e che nel biennio 2016-2017 ha fatto registrare 146.000 abitanti in meno.
Di questo passo, avvertono i ricercatori dell’Associazione, “si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perderà 5 milioni di abitanti, molto più che nel resto del Paese, dove la perdita sarà contenuta a un milione e mezzo”. Queste sono solo alcune cifre dell’osservatorio meridionale che tuttavia, accendono una piccola fiammella per gli effetti positivi che la manovra del governo potrebbe avere nel 2019. Ma si tratta davvero di pochi spiccioli. Sono, comunque utili. Ma, certamente, non sufficienti per superare le difficoltà. Il problema, al di là delle cifre, è soprattutto politico. C’è una domanda che ancora non trova risposte: esiste nel Mezzogiorno una classe dirigente in grado di portare unitariamente la questione meridionale nelle sfere delle decisioni? Se si dovesse tentare di dare una risposta positiva, essa finirebbe per essere ipocrita e falsa. In realtà, le Regioni del Sud non hanno mai perseguito un disegno unitario per superare difficoltà, limitandosi a piccole gestioni territoriali. C’è poi da dire che nel Mezzogiorno persistono antichi mali da debellare: trasformismo e clientelismo. Aggiungo anche quella corruzione di cui si nutrono, soprattutto, i ”colletti bianchi”. Da qui l’urgente necessità di una “rivoluzione meridionale” delle coscienze che abbia come riferimento una grande questione morale.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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