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Europa, sovranismi e disuguaglianze

La scelta internazionale del nostro paese ha una data precisa: il 4 aprile del 1949. Settanta anni fa a Washington viene firmato il Patto Atlantico da dodici nazioni. Con questa decisione De Gasperi inserisce l’Italia in modo pieno tra le democrazie occidentali in stretta alleanza con gli Stati Uniti. Il Patto con la separazione in due della Germania, porta alla definitiva divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti.  La scelta atlantica passa tra polemiche violentissime in Parlamento tra democristiani e comunisti.  Dopo 51 ore di estenuante dibattito la Camera approva l’adesione italiana al Patto ma volano insulti e anche oggetti. Le cronache narrano che Giuliano Pajetta, detto giaguaro, si lanciò a catapulta sui democristiani in una zuffa che fece epoca. Una decisione tormentata anche per settori della DC.  Dossetti e Gronchi, più inclini alla neutralità o al terzaforzismo restarono scettici. Ma la guerra fredda era ormai partita e occorreva pensare a difendersi integrandosi col resto dell’Europa e alleandosi militarmente con gli Stati Uniti. Non tutti si fidavano di noi. Il Presidente americano Truman era incerto, gli inglesi pure, il Patto inoltre era nordatlantico e non mediterraneo, ma noi avevamo aperta la questione Trieste e le colonie d’Africa. De Gasperi e il ministro degli esteri Carlo Sforza spingono per entrare e così il 4 aprile a Washington l’Italia è tra i firmatari. Protezione assicurata e sotto il criticato ombrello Nato abbiamo avuto 70 anni di pace. Venticinque anni dopo il PCI guidato da Berlinguer ammette che quel parapioggia era più sicuro del patto di Varsavia. Negli anni successivi, fino ad oggi, la scelta atlantica è rimasta pur nei mutamenti profondi delle relazioni e degli equilibri internazionali, il pilastro della politica estera italiana insieme all’adesione all’Unione Europea.  Oggi che mancano meno di due mesi alle prossime elezioni europee ci chiediamo se queste scelte compiute nel passato siano valide ancora oggi. Siamo di fronte ad un mondo che improvvisamente assomiglia più al passato che al futuro. Un mondo di chiusure, di slogan brutali, di parole d’ordine che ci sembravano finite nel cassetto dei ricordi ed invece stanno riemergendo con prepotenza. Il nostro paese è diventato, come dicono molti analisti, il laboratorio in cui si sperimentano gli equilibri della nuova Europa. Chi oggi ne esalta la funzione e la prospettiva è guardato con crescente sospetto ma un’idea ha sempre bisogno di contenuti e progetti. Con il tempo quella sinistra anti Nato e scettica sull’Europa è diventata la parte politica che più ci ha creduto. Ma proprio la sinistra oggi è in cerca di una identità perduta, di simboli da sventolare e non da rimuovere. Qualche giorno fa un filosofo liberale come Jurgen Habermas ha sostenuto che i populismi nascono sulla scia non delle migrazioni ma della crisi economica del 2008 e dunque ad avvelenare l’Europa molto più dei sovranismi è la disuguaglianza e le politiche di austerità che hanno prodotto una cura da cavallo capace di penetrare nel tessuto sociale di una qualsiasi nazione senza però una legittimazione almeno secondo i nostri standard democratici. E questa spina è ancora conficcata nelle carni e nelle coscienze delle popolazioni europee. Questa riflessione dovrebbe essere ripresa dai partiti di sinistra che dovrebbero avere il compito di difendere quei valori liberaldemocratici che sono stati alla base della nascita della comunità europea. Nel tempo degli egoismi   cavalcati dalla destra sovranista, della politica che insegue le paure   e dalla Brexit che ha rotta un’idea di Europa demolendo ogni tradizione solidale occorre al contrario recuperare il meglio del nostro passato per adeguarlo al presente e al futuro perché il malessere dovuto ai cambiamenti sociali esige risposte diverse da quelle date finora.

di Andrea Covotta

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