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C’ è uno spazio in politica che, pur avendo avuto nel passato un ruolo fondamentale nella costruzione della Repubblica e il consolidamento della democrazia, oggi si è dissolto. E questo per tanti motivi ampiamente analizzati da politologi, storici e giuristi. Eppure quello spazio è ancora vivo nell’animo degli italiani. È la “zona” indicata come Centro, punto di equilibrio tra le diverse componenti sociali che si esprimono attraverso le forze politiche. Perché questo Centro, pur dopo la sua evidente dissoluzione, sta tornando in maniera incisiva nel dibattito contemporaneo in cui è indicato come strumento per risolvere le attuali contraddizioni delle forze politiche? In realtà la fusione a freddo che ha dato vita al Partito democratico non ha sortito gli effetti sperati. Troppo diversi i linguaggi tra le varie culture di partenza, tanto distanti tra loro gli obiettivi di chi vi ha aderito. Diverso l’approccio nel dare soluzioni ai problemi. Si spiegano così le lacerazioni che attraversano il Pd che non riesce, nonostante gli sforzi che si compiono e l’alternarsi dei vari soggetti che lo guidano, a definire una identità credibile. Personalmente credo che la conflittualità nel Partito Democratico sia figlia di questo “aborto” unitario. Perché la fusione delle varie anime è rimasta sul piano teorico e del desiderio senza tradursi su quello reale dell’azione politica. Al Pd, inoltre, ha fatto difetto una strategia valoriale e comportamentale capace di contrapporsi al populismo e al sovranismo che parlano alla cosiddetta pancia degli elettori, ignari del futuro che li attende. Paradossalmente questi fenomeni in Italia, ma non solo, sono anche figli degli errori fatti in passato a partire dall’eccessiva burocratizzazione dei vecchi partiti e soprattutto del Pd. Di qui la ricerca di nuove strade e forme per tentare di ridare credibilità alla politica, recuperando dalla memoria esempi virtuosi del passato. Non vissuti con nostalgia, ma riproposti nei tempi mutati.
In questa direzione si è sviluppato sul nostro giornale un interessante dibattito-confronto sulla necessità collocare l’impegno in una dimensione che coinvolga anche la chiesa di Bergoglio e la società per costruire la politica del futuro. In questa chiave mi sembra di poter leggere anche il ruolo della chiesa di Francesco che, al di là della mai risolta ambiguità sull’unità politica dei cattolici, si pone oggi come azione di riferimento per approdare al bene comune. Il grande interesse mostrato per la cura dell’ambiente, il dramma dell’immigrazione, i temi del lavoro e della giustizia sociale sono in linea con la difesa dei diritti fondamentali delle persone. Sono, quindi, sufficienti questi presupposti per andare oltre l’avvilente politica dell’oggi? Risposta difficile, a mio avviso. Sulla costruzione di un nuovo centro politico, che guardi semmai a sinistra, e magari di dossettiana memoria, gli ostacoli non mancano. Troppe sono le ambizioni, a cominciare dall’indicazione della eadership. Per passare poi a distinguo che possono emergere nella definizione del progetto. Singolare potrebbe anche essere l’errore di ritenere il Centro un ennesimo strumento di aggregazione per il potere e non un soggetto portatore della forza di un pensiero e di un’idea di nobili intenti. Se così dovesse essere, e alcuni segnali elettorali per la raccolta del consenso lo lasciano già intravedere, il progetto morirebbe ancor prima di nascere. Accadde proprio così quando intorno alla Democrazia si fece notte. Si aprì una discussione che cancellava il valore del passato e proponeva un futuro ignoto. Allora era ancora possibile recuperare il valore dell’ impegno politico dei padri della Repubblica. Accadde, invece, che nacquero tante fragili casette costruite sulla base dell’egoismo personale.

di Gianni Festa

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