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La verità: un vestito su misura? Intervista al filosofo Massimo Adinolfi

Di Vincenzo Fiore

“Voi non acquistate, siete acquistati”, tuonava Carmelo Bene attraverso i microfoni della tv commerciale, prima di essere interrotto dalla pubblicità. E quella che poteva sembrare una semplice battuta, in realtà nascondeva un principio espresso prima e dopo anche da altri, che tuttora vale anche per i social e per la rete: “Se non stai pagando, non sei il cliente, sei il prodotto che stanno vendendo”. La differenza è però non di poco conto, perché mentre il televisore se ne sta fermo in salotto, la rete ci segue ovunque.

Pensieri questi, che si ricollegano ai recenti dubbi espressi dal Congresso Usa, in coincidenza con l’esplosione di applicazioni opache, dove gli utenti potrebbero aver barattato inconsapevolmente dati personali in cambio di giochini passatempo. Eppure sono in pochi a interrogarsi sui rischi della rete e dei suoi sottoprodotti, anzi, al contrario il web viene incoronato anche da complottisti, terrapiattisti, no-vax et similia come altare della libertà, come megafono delle presunte verità  scomode. I social non hanno però soltanto amplificato le teorie di quelle che Umberto Eco chiamava le legioni di imbecilli, rendendo molto spesso indistinguibile la realtà dalla ciarlataneria, ma hanno stravolto completamente il modo di fare politica, invadendo con prepotenza anche il campo della giustizia. A riflettere su questo e molto altro, è il filosofo Massimo Adinolfi, docente presso l’Università  Federico II di Napoli nonché ex collaboratore del Ministro Orlando presso il Ministero della Giustizia, nel suo nuovo libro dal titolo provocatorio “Hanno tutti ragione?” (Salerno Editrice, Roma 2019).

 

Lei scrive che non è la verità ad essere in crisi, piuttosto gli strumenti interpretativi con cui siamo abituati a trattarla. Ci può dire di più?

Ho voluto innanzitutto prendere posizione rispetto al dibattito contemporaneo sulla nozione di verità. Io faccio riferimento alla tesi secondo la quale il venir meno di ogni fiducia nella possibilità di stabilire una verità, avrebbe sdoganato qualsiasi opinione. Il primo passo è quello di far notare come, anche nelle prese di posizione più estreme, si mantiene sempre ferma l’idea che i fatti stanno in un certo modo, però poi intervengono interessi, pregiudizi e ideologie a farli evaporare. La questione fondamentale è quella di fornire ai cittadini gli strumenti critici interpretativi che consentano di discernere fra cos’è vero e cos’è falso (conoscenza, educazione, istruzione) e l’infrastruttura istituzionale che renda possibile questo confronto. La crisi che noi sperimentiamo, non è tanto una crisi del senso della verità, ma piuttosto una crisi delle infrastrutture istituzionali che sorreggono un paese. È la crisi, ad esempio, della stampa perché i nuovi mezzi di comunicazione erodono l’autorevolezza e il filtro dei media. Questo salto della mediazione giornalistica si può tradurre anche in una perdita di strumenti interpretativi. Sono dunque i canali ad essere in crisi, non è la verità ad essere in crisi.

 

Un grande ruolo sull’informazione, oggi, viene giocato dalla rete. Un universo che non scopriamo, ma che prende forma giorno dopo giorno in base alle nostre preferenze, grazie a un sofisticato sistema di algoritmi. Cass Sunstein afferma che non siamo lontani da una completa personalizzazione del sistema delle telecomunicazioni.

Collegandoci alla precedente domanda, dire che le tradizionali mediazioni sono in crisi, non vuol dire che non ce ne siano altre. Infatti, oggi le notizie sono mediate attraverso procedure e algoritmi che restano opachi, o che almeno hanno finalità diverse. Per quanto riguarda la finalità meramente commerciale, le grandi multinazionali e il web in generale cercano di ingabbiare l’utente nelle propria rete aziendale. Ovvero, si viene rinchiusi da una bolla dove ci si specchia non più con l’altro, ma solo con se stessi. Vi è una deformazione della sfera pubblica in nicchie intransitive, che non comunicano le une con le altre. Per l’effetto dell’echo-chamber, i gruppi con i quali interagisco fanno ritornare indietro la mia stessa voce, cioè sempre la stessa opinione, un prodotto simile, ecc. È quello che avviene con le ricerche su Amazon e con i suggerimenti che ne susseguono. Si crea una bolla informativa, nella quale è un altro a pensare per me.

 

«Il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone», scrive a ragione Kelsen. D’altro canto, Platone avvertiva i pericoli di un eccesso di libertà. Il principio che vede la democrazia intesa come spazio di tutela delle minoranze, si sta lentamente trasformando nel principio secondo cui ogni opinione ha lo stesso valore di qualunque altra, in qualsiasi campo del sapere.

Sono problemi che nascono dalla cattiva interpretazione della libertà democratica. La democrazia vuol dire ovviamente tante cose, ma rispetto a tale problema significa difendere la propria convinzione. Tuttavia, un conto è dare la possibilità a tutti di esprimersi, un altro è non prendere posizione. Lo spazio pubblico deve essere di tutti, ma è pur vero che le cose vanno presentate in un certo ordine, con una certa rilevanza. Trovo giusto che sia concesso un microfono anche alle scemenze, ma questo non deve significare che le scemenze non debbano essere inquadrate per quello che sono.

 

Nel suo libro è riportato un aneddoto relativo alla consigliera di Trump, Kellyanne Conway, che, smentita da dati ufficiali, si giustificò sostenendo che stava semplicemente facendo appello a “fatti alternativi”. Quanto la post-verità sta inquinando il dibattito politico?

Ho citato questo aneddoto per sottolineare che anche la Conway avesse bisogno di una nozione di verità come esposizione dei fatti per come sono, salvo che, per lei, i fatti erano appunto alternativi, diversi da quelli che le venivano presentati. Nel dibattito sulla post-verità, è importante evidenziare come alcuni fatti vengano tolti dal tavolo mentre altri vengono proposti come veri. È una questione evidentemente politica, determinati fatti vengono proposti all’attenzione del pubblico, mentre si distoglie l’attenzione da altre questioni. Dunque, post-verità non significa che della verità non si sa più nulla, ma significa che ciascuno prova e può ritagliarsi la propria cornice interpretativa della realtà. Un vecchio detto di Eraclito afferma: «Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare». La post-verità è esattamente questo sogno, quando io vivo soltanto nella mia sfera privata, dove faccio valere soltanto le regole che dico io, senza possibilità di confronto con la pluralità del mondo dei desti.

 

La post-verità è figlia del populismo o il populismo è figlio della post-verità?

Hanno sicuramente un forte legame, ma non me la sento di scegliere l’una o l’altra opzione. Il populismo è figlio di molte altre cose, sarebbe riduttivo circoscrivere l’affermazione delle forze populiste soltanto all’interno della questione della post-verità. C’è il logoramento della democrazia, la crisi economica, la fine del mondo bipolare, la progressiva digitalizzazione dell’informazione e della sfera pubblica… Dalle “promesse non mantenute” della democrazia, di cui parlava Bobbio, si afferma la polemica contro le élite.

Derrida amava dire che la democrazia è sempre “a venire”, mentre lei dice che è “in cammino”. Ma qual è la meta?

Derrida diceva che la democrazia è “a venire” perché la legava a una visione messianica, un messianismo senza Messia. Io preferisco dire che è “in cammino”, in una visione progressista o riformista, per indicare, come si diceva una volta a proposito del socialismo, “il fine è nulla, il movimento è tutto”. Cioè conta la direzione, non tanto la meta. Per chi è autenticamente un democratico, democrazia vuol dire l’ampliamento degli spazi di partecipazione e di inclusione, per il maggior numero di cittadini. Questo significa democrazia come processo. Ovvero, si tratta di indicare un metodo non un contenuto o un obiettivo. Per far questo, c’è bisogno anche di una forte cultura liberale alla base delle istituzioni democratiche. In modo tale, da permettere che un giorno anche le minoranze possano diventare maggioranza. Tante volte si sente dire: “Ho ragione io, perché con me c’è la maggioranza del Paese”, ma così si confondono i piani. Il consenso e la ragione sono due cose diverse. In quel modo si tende a far prevalere quella che Tocqueville chiamava la tirannia della maggioranza, la bruta forza dei numeri e non la buona articolazione delle ragioni.

 

L’ultimo tema che lei affronta nel libro è quello della giustizia. Partendo da un esempio preso in prestito dalla bacheca Facebook di Luigi Di Maio, lei riflette sulla tendenza dei politici e dei loro sostenitori di effettuare, partendo dai casi di cronaca, dei veri e propri processi virtuali senza tener conto delle sentenze, innescando un circo elettorale. Quanto sono pericolosi tali meccanismi? E qual è, a suo avviso, la più grande emergenza della giustizia italiana?

Molto pericolosi. Non sono solo i politici a imbastire processi virtuali, è l’intero circuito mediatico a funzionare così. Credo che i cittadini italiani siano più informati delle accuse che vengono fatte attraverso le pagine dei giornali, che non delle sentenze pronunciate nella aule dei tribunali. Questa è una distorsione gravissima, infatti la pena molto spesso è mediatica e si consuma molto prima di arrivare all’ultimo grado di giudizio. È la morte delle garanzie liberali. Per l’altro punto, sicuramente i passi indietro che si stanno compiendo, da un anno a questa parte, in tema di ordine penitenziario. Si è perduta ogni sensibilità nei confronti dei diritti dei detenuti. I temi ricorrenti nell’orizzonte panpenalistico sono “più carcere”, “più pena”, “buttiamo via la chiave” e così via. Qualunque attenzione verso percorsi alternativi al carcere, nonostante l’efficacia dimostrata dai dati, viene accantonata. Si spendono anche poche parole riguardo l’organizzazione della giustizia. C’è un deficit di cultura manageriale e organizzativa all’interno delle burocrazie professionali, e ciò vale anche per l’università. La lunghezza dei processi è un problema che può essere risolto migliorando la qualità organizzativa del sistema. A partire dal Csm, che sembra l’organo più riformabile. Finora sono stati fatti soltanto tentativi timidi, che non toccano la sostanza del problema. Infine, più che una riforma, ma una vera e propria rivoluzione sarebbe la separazione delle carriere.

 

In questa grande confusione, la filosofia può aiutare a rimettere ordine?

La filosofia è parte di quegli strumenti che un cittadino consapevole ha bisogno per orientarsi nel mondo. Naturalmente la filosofia è anche altro. Considerarla, come faceva Richard Rorty, esclusivamente una grande voce nella conversazione dell’umanità significa ridurla. Un mondo senza filosofia è un mondo più povero.

 

Pubblicato su “Il Quotidiano del Sud”.

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