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Al giro di boa della prima settimana, la crisi politica stenta ancora a trasformarsi in crisi di governo ma ha già terremotato la geografia parlamentare e riportato il calendario indietro di oltre un anno quando, dopo le elezioni del 2018, i tre partiti usciti meglio dalle urne – Cinque Stelle, Pd e Lega – tentavano di intrecciare un balletto che poi è finito come si sa: il primo e il terzo al centro della scena, il secondo a far da spettatore. Ora si ricomincia da capo, o almeno così sembrerebbe. Anche allora, si ricorderà, si sperimentò subito la combinazione grillini/democratici, auspice Roberto Fico, che oggi è pronto a interpretare di nuovo la parte del facilitatore. A suo tempo, fu Matteo Renzi a rompere l’idillio pronunciando un “senza di me” che convinse il suo partito a ritirarsi sull’Aventino; oggi la parte del guastafeste spetta all’altro Matteo, che però si sta muovendo con qualche impaccio e appare un po’ frastornato forse dal sole dell’Adriatico, forse dall’indigestione di consensi virtuali racimolati dopo le peraltro vittoriose europee. Fatto sta che è stato proprio lui, il ministro dell’Interno, a minare le fondamenta di palazzo Chigi, salvo poi, serafico, negare di aver voluto staccare la spina all’Esecutivo, come se depositare in Parlamento una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio fosse un amichevole incoraggiamento ad andare avanti.

Ancora una volta, dev’essere stata colpa del solleone. Che però ha picchiato anche sulle teste dei ministri Trenta e Toninelli, cancellando dalla loro memoria un anno di supino assoggettamento alle smanie securitarie del titolare del Viminale, alle quali ora oppongono le riscoperte ragioni di una coscienza umanitaria a lungo ben nascosta. E che dire del presidente del Consiglio? L’azzimato Giuseppe Conte non è certo vittima della canicola agostana, anche se recentemente ci ha tenuto a documentare via Tg i suoi tonificanti bagni di folla; eppure non si può non rilevare quanto meno un certo ritardo nella pubblica denuncia dell’ossessione del suo vice sulla chiusura dei porti e della slealtà istituzionale del medesimo. Il quale, tutto sommato, avrà i suoi buoni motivi per respingere la reprimenda del capo del Governo che, a norma della Costituzione, oltre ad essere responsabile della politica generale dell’Esecutivo, ne “mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. L’avrà fatto pure nei mesi scorsi, diciamo dal caso Diciotti in poi, quando ha contribuito a fornire a Matteo Salvini il salvacondotto parlamentare necessario per schivare una insidiosa indagine della magistratura. Insomma, se il ministro dell’Interno si è ultimamente reso colpevole di deprecabili “slabbrature” e di “veri e propri strappi istituzionali” qualche interrogativo autocritico dovrebbero porselo anche quanti, e non sono pochi, in quindici mesi di collaborazione governativa hanno contribuito ad alimentare il mostro.

Del resto, c’è una foto di gruppo che parla più chiaro di ogni considerazione scritta, ed è quella dell’intero governo compunto e imbarazzato alla cerimonia commemorativa delle vittime del ponte Morandi. Un anno fa, la sapiente regia televisiva aveva applicato ai funerali di Stato il format di un “Drive in” sovran-populista: mercoledì scorso l’atmosfera era piuttosto quella di un 8 settembre “triste, solitario y final”, come nel romanzo di Osvaldo Soriano.

A una settimana dall’inizio, insomma, la crisi stenta a darsi un’identità. Gli stessi protagonisti non sanno più quale ruolo interpretare. E allora toccherà al Capo dello Stato, quando il bandolo sarà nelle sue mani, richiamare tutti alla necessaria serietà per rimettere in moto il sistema. Sergio Mattarella lo ha ricordato in tempi non sospetti, incontrando un mese fa la stampa parlamentare: “Il Presidente della Repubblica è chiamato dalla Costituzione – come è noto, come arbitro – al dovere di garantire funzionalità alla vita istituzionale nell’interesse del nostro Paese”. E’ proprio ciò che serve in questo momento.

di Guido Bossa

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