Giovedì, 7 Maggio 2026
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Di Arlindo Hank Toska

Il passante che si soffermava al crepuscolo nei vicoli dei giardini del Lussemburgo o nelle strade adiacenti avrebbe potuto avere la fortuna di intravedere un camminatore solitario piuttosto singolare: occhi chiari smussati spenti, guance cave e smorte, e un passo addolorato e grave contraddistinguevano Emil Cioran. Ma da oggi non chiamiamolo più Emil, per carità: in primo luogo, perché il nome proprio fa orrore; in secondo luogo, perché «in Grecia, ad esempio, Platone era Platone, Socrate era Socrate. I nomi sono roba per parrucchieri»! Così diceva, così voleva. A testimoniare ulteriormente lo splendore intellettuale che gli valse il titolo di solo «Cioran» è Ultimatum all’esistenza, una delle espressioni più felici del Barbaro dei Carpazi che troviamo nell’intervista con Ben Ami Fihman (tradotta dallo studioso irpino Vincenzo Fiore), che oggi, a venticinque anni dalla sua morte, dà il titolo alla monumentale raccolta di interviste edite da La Scuola di Pitagora.

Con l’ingegno di «un Buddha da strapazzo» che si sente davvero prossimo alla figura di Cioran, una squadra di studiosi (Concetta Iannaccone, Mattia Pozzi, Laureto Rodoni, Marisa Salzillo, Claudia Tatasciore  e altri collaboratori) ha creato il pulsare ritmico di un’opera che merita di essere definita un capolavoro: sono trentuno le interviste e diciannove le lettere inedite che compongono Ultimatum. Curato da Antonio Di Gennaro, il volume ripercorre circa cinquant’anni della vita del pensatore romeno – dalla pubblicazione del suo primo libro francese fino agli ultimi anni di vita.

L’acume delle sue riflessioni e la forza vitale con cui le esprime, corredate da inventiva, bellezza stilistica e un tono disilluso, rendono Cioran quasi un fascinoso personaggio letterario; Ultimatum all’esistenza traccia un profilo mai visto, intimo ed inedito del filosofo rumeno divenuto il più raffinato dei prosatori francesi. Infatti, più che limitarsi ad un’esposizione che offra, sul tono della conversazione spontanea, un quadro della sua inclassificabile «opera» – costruita sul paradosso e le contraddizioni – e dei temi dipanati nei suoi scritti, in questa raccolta vengono imposte nuove prospettive e criteri indispensabili per rapportarsi alla riflessione cioraniana, i cui esiti non ricadono più nell’ovvio e nel già sentito. Pochi, dunque, sono i riferimenti fatti dagli intervistatori al «professionista del pessimismo cosmico» o al «cesellatore dell’aforisma apocalittico», i quali hanno tentato di condurre un’intervista monotematica senza così seguire la frammentarietà e il flusso del suo pensiero. Sebbene si sia ormai consolidata l’idea di un Cioran riluttante a sottoporsi al microfono o alla macchina fotografica, lo vediamo qui disposto ad elargire le proprie considerazioni sugli argomenti più disparati e ad affrontare temi per nulla trattati nelle interviste raccolte in Un apolide metafisico o nelle sue opere. Particolare attenzione, ad esempio, è rivolta alla situazione geopolitica della seconda metà del ’900 che vede Russia e Islam quali minacce principali che sovrastano un’Europa ormai defunta: inevitabilmente, secondo Cioran, l’Europa sente «il loro respiro che odora di vodka e tabacco, polvere da sparo e sudore di cazacioc» perché la Russia (vale anche per gli arabi) non è storicamente stanca; una delle ragioni che salva un’Europa che oramai «vive e pensa come un continente privo di futuro» è che anche i russi stessi «debbano affrontare il problema dei musulmani». Un osservatore attento, quindi, esperto nel dissimulare la propria sicumera che, come il vero saggio, non si degna di sperare: «Quando arrivai in Europa occidentale, vi giunsi con questa sensazione: essa non ha avvenire. Questo è, come dire, un continente maledetto, senza futuro. Naturalmente anche l’Europa dell’Est non ha un avvenire, è risaputo, ma non ha neppure una storia».

La copertina

Con parole sferzanti e risolute, Cioran non manca così di passare in rassegna gli eventi più drammatici che hanno travolto l’umanità, dalla guerra del Golfo («L’America non ha niente di grande […]. La guerra del Golfo è stata una guerra anomala, sotto ogni aspetto. In realtà, non è stata una guerra ma una commedia. Solo l’America poteva farla in modo così stupido e compromettersi, senza alcuna consapevolezza della storia».) alla caduta di Ceausescu («Ceausescu era un uomo spregevole […] ha distrutto la Romania, fondamentalmente, questo tizio. Moralmente e sotto tutti i punti di vista […]. Ci hanno provato [ad attirarmi], ma ho rifiutato. Neanche per sogno! Era veramente… Quest’individuo è stato una catastrofe per la Romania, l’ha corrotta moralmente… un popolo che è stato corrotto!…).

Ma non si parla solo di storia e di politica: di grande interesse, ad esempio, è l’intervista interamente dedicata a Elisabetta d’Austria, questo «mondo interiore di tristezze organizzate» che per tutta la durata della sua esistenza ha ossessionato il musicista del frammento. A tal proposito, è opportuno sottolineare che numerose sono le significative considerazioni sulla scrittura e sul frammento cioraniano, che indubbiamente solleveranno nuove questioni a lungo esplorate dalla critica letteraria, offrendo così nuove possibilità di apprezzamento per una scrittura tutt’altro che immediata. Curioso notare come Cioran si sia preparato per la sua battaglia con la lingua francese. Ascoltiamolo: «Conoscevo un vecchio, un basco, che aveva perso un braccio durante la prima guerra mondiale. […] Come me viveva nel Quartiere Latino e al tempo stesso era un grande conoscitore della lingua francese. Innamorato del francese puro, un purista fanatico. Ma era anche incredibilmente erotomane e durante le sue passeggiate si rivolgeva con piacere alle donne, specialmente alle prostitute, per rovesciare su di loro nella maniera più raffinata possibile ogni sorta di oscenità. Spesso andavo con lui a Montparnasse, dove c’erano le sue prostitute preferite. E non appena sentiva da quelle donne anche il più insignificante errore grammaticale, subito le correggeva come un maestro di scuola e a voce alta, in modo che tutti potessero ascoltarlo. Era l’insegnante ideale per me. Uscivo con lui almeno tre, quattro volte a settimana. […] Questo vecchio invalido mi ha influenzato molto. Lo consultavo continuamente su formulazioni grammaticalmente superate e difficili a cui volevo ricorrere. E lui continuava a insistere: “Se non vuole scrivere così allora ritorni nei Balcani!”. In questo modo ho riscritto quattro volte il mio primo libro francese. Ogni volta gliene leggevo qualche pagina e ogni volta quasi si addormentava. Grazie a lui lo stile è diventato il mio credo».

Ebbene, se è vero che «non bisogna costringersi a un’opera, ma bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare all’orecchio di un ubriaco o di un morente», in questo tomo Cioran finalmente urla alle orecchie di tutti noi moribondi. Ultimatum all’esistenza è la prova che, così come Platone era Platone e Socrate era Socrate, oggi Cioran è Cioran. Una gemma fatta di cenere e di diamanti, da mettere vicino ai Quaderni, per chi è «intellettualmente libero, non interiormente purificato».

 

 

 

 

 

 

 

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