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Uguaglianza formale. A che punto siamo? Intervista a Cathy La Torre (Avvocathy)

Di Matteo Galasso

La lotta alla disuguaglianza formale e sociale dovrebbe rappresentare, in una democrazia che si rispetti, una prerogativa di tutti i partiti, dalla sinistra alla destra, ma non può invece essere considerata tale. Ogni giorno nel nostro Paese vengono calpestati i diritti di migliaia di persone in base al sesso, all’orientamento sessuale e alle condizioni economiche di partenza, senza considerare le discriminazioni xenofobe. Sono però centinaia gli attivisti politici indipendenti che si battono per garantire con ogni mezzo a propria disposizione che il nostro Paese diventi più giusto e sicuro per tutti. Tra questi rientra sicuramente l’Avv. Cathy la Torre, che con i suoi più di 600 mila followers su Instagram riesce a condividere le proprie battaglie con un ampio pubblico sulle reti sociali.

 

La Torre, l’introduzione di un salario minimo avrebbe come conseguenza una maggiore parità di genere perché assicurerebbe a tutti un “equo” punto di partenza. Qual è la sua opinione e perché introdurlo quanto prima? 

Il salario minimo è, in sostanza, una “soglia limite” di salario stabilita per legge sotto la quale il datore di lavoro non può scendere. Secondo me deve proteggere le categorie più a rischio di emarginazione e sfruttamento e non rappresentate cioè quei lavoratori che non sono coperti dai contratti scaturiti dalla contrattazione collettiva. Si calcola che in Italia sono circa 4,5 milioni i lavoratori che prendono meno di 9 euro l’ora, la soglia ipotizzata dal governo. Inoltre ricordo che un istituto di questo tipo esiste in quasi tutti i paesi europei. Sarebbe importante introdurlo quanto prima perché anche in Italia negli ultimi decenni si è affermato un fenomeno che fino ad allora avevamo visto solo negli Stati Uniti, cioè quello dei famigerati “working popes” vale a dire persone che lavorano a tempo pieno ma che vivono appena sopra la soglia di povertà se non proprio sotto. È vergognoso che persone che lavorano 8-9 ore al giorno, magari anche facendo lavori pesanti, non sappiano come arrivare a fine mese.

 

La legge sulla parità salariale approvata su iniziativa dell’On. Gribaudo rappresenta sicuramente un primo passo rispetto alla problematica del Gender Pay gap, con incentivazioni notevoli per le aziende che la promuovono, ma non basta: si stima ancora una disparità del 15,9%. Come proseguire su questa linea? 

In realtà in Italia proprio lo strumento della contrattazione collettiva ha garantito che il Gender pay gap fosse limitato solo ad alcune tipologie di lavori visto che le condizioni stabilite dal contratto collettivo si applicano a tutti i lavoratori, uomini e donne che siano. Si prosegue su questa strada estendendo appunto diritti e tutele a chi oggi ne è totalmente privo. Penso ad esempio alla Spagna di Sanchez che ha avviato un radicale cambiamento nel suo Paese approvando una riforma del lavoro che finalmente ridà centralità alla contrattazione collettiva e riduce la precarietà imprimendo una marcia indietro rispetto alla stagione della precarietà e del lavoro sottopagato. Una riforma che sta già dando frutti eccellenti; anche noi abbiamo bisogno di una legge che limiti i contratti a termine e faccia sì che siano l’eccezione, non la norma.

 

Perché si esita e temporeggia tanto per attuare una misura di civiltà? Si può tollerare che questa differenza di retribuzione così insensata e paradossale in un Paese moderno venga ancora legittimata dalla classe politica? 

No, non si può tollerare che ci siano milioni di persone che pur lavorando non riescono a condurre un’esistenza serena perché guadagnano una miseria o perché lavorano sotto il perenne ricatto della scadenza di un contratto precario. Però voglio anche mettere in guardia da un pericolo: una soglia oraria fissata per legge senza le altre tutele garantite dai contratti – malattia, maternità, ferie, tredicesima –, vorrebbe dire abbassare le tutele dei lavoratori e in qualche caso anche le loro buste paga se superiori al livello fissato dall’ipotetica legge.

 

Crede sia possibile – giuridicamente parlando – che la decisione della Corte costituzionale Usa possa essere rapidamente emulata da un eventuale Governo italiano di centro-destra? 

Se dobbiamo basarci solo su ciò che affermano i leader del centro-destra, cioè Salvini, Meloni e Berlusconi, il diritto ad un aborto sicuro in Italia non sarà toccato, ma non dobbiamo dimenticarci che in quei partiti militano dei fanatici come Simone Pillon che invece nutrono questi obiettivi, quindi il mio consiglio è: meglio non rischiare ed evitare che vadano al potere, e non solo per il diritto all’aborto, che comunque in Italia è fortemente compromesso dallo sregolato ricorso all’obiezione di coscienza.

 

A cosa si deve, a Suo avviso, una crescita così esponenziale nella popolazione di un sentimento xenofobo e omofobo incarnato da diversi esponenti politici? Che responsabilità hanno i media e le reti sociali a riguardo? 

Purtroppo la storia insegna che in mancanza di un soggetto politico progressista capace di convogliare e canalizzare la rabbia sociale in modo costruttivo tale rabbia sociale finisce con l’indirizzarsi verso chi viene visto come diverso. La classica tristissima “guerra tra poveri” che per me invece dovrebbero allearsi contro i veri nemici cioè le lobby economiche che tengono milioni di persone schiacciate nella miseria. Xenofobia ed omofobia sono due cose diverse accomunate però da un unico sentimento: l’odio irrazionale. Naturalmente le TV e le reti sociali hanno una grandissima responsabilità nella diffusione di notizie strumentali spesso manipolate se non proprio completamente false per alimentare tale diffidenza perché l’odio purtroppo pare vendere bene, molto meglio di ragionamenti approfonditi e pacati. In ogni caso è responsabilità della classe politica aver peggiorato drasticamente le condizioni di vita di milioni di persone per poi abbandonarle alla propaganda xenofoba della destra.

 

Non crede si stia politicizzando la tutela di diritti costituzionali e umani che dovrebbero essere scontati in un Paese realmente democratico? 

Credo che in Italia negli ultimi anni la Costituzione sia stata particolarmente offesa e calpestata, in generale non mi sembra che sia stata mai veramente rispettata altrimenti vivremmo in un Paese meraviglioso dove il lavoro, l’ambiente, l’arte e i beni comuni sarebbero valorizzati e promossi in un contesto di uguaglianza e pari opportunità tra i cittadini. In generale poi penso che in politica non ci sia mai niente di scontato.

 

Dopo lo scandaloso affossamento del DDL Zan lo scorso 27 ottobre 2021, con annessi applausi di chi per anni si è impegnato per ostacolare il passaggio di questo disegno di legge, quasi nulla – se non ripresentare in Senato lo stesso testo – è stato fatto. La tutela dei diritti della comunità Lgbt+ è passata in secondo piano? 

Mi pare evidente che sia passata in secondo piano, purtroppo, come spiego nel mio libro “Ci sono cose più importanti“ (Mondadori), è molto facile che le questioni che attengono ai diritti delle minoranze vengano accantonate in nome di urgenze più impellenti, ma io ho sempre pensato che sono solo scuse perché un Parlamento è perfettamente in grado di portare avanti e concretizzare diverse proposte politiche contemporaneamente.

 

Le misure adottate da un governo con all’interno vedute così differenti sulle applicazioni e le modalità di tutela dei diritti umani non permette certo di compiere passi da gigante in materia. Quale la Sua opinione. 

Le vedute erano così differenti che il governo è infatti caduto. Non sono una fan dei governi di unità nazionale, anche se capisco che a volte possano essere necessari per affrontare determinate emergenze.

 

Lo ius soli prevede una soluzione ancora più ampia, concedendo la cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Italia, i cosiddetti “immigrati di seconda generazione”. Non crede che ricorrere a questa soluzione sia non solo auspicabile, ma necessario, da un punto di vista lavorativo, in un Paese con un tasso di fertilità dell’1,2 e un tasso di emigrazione che supera le 130.000 unità per anno? 

Io sono certamente di quest’avviso, il problema è convincere le forze politiche e il Paese della sua utilità. Penso però che bisogna anche cercare di arginare l’emigrazione di giovani formati e altamente scolarizzati, un doppio impoverimento per l’Italia.

 

Spesso la destra ritiene queste proposte secondarie rispetto alle priorità del Paese. Utilizzando questa giustificazione si finisce per rimandare di decenni la costruzione di uno Stato dove la tutela dei diritti sia una costante. Come si impegna Avvocathy per costruire un’Italia più sicura e solidale? 

Mi impegno tutti i giorni nei limiti delle mie possibilità in primis con il mio lavoro di avvocata che ho scelto proprio perché dà la possibilità di lavorare con e per i diritti nonché di difendere chi ne ha bisogno. Poi con la divulgazione portata avanti sui miei canali social che mi consente di raggiungere tante persone con messaggi che ritengo positivi e importanti. Inoltre partecipo a dibattiti, incontri, seminari, svolgo consulenze su tematiche attinenti i diritti e insegno come aumentare la diversità e l’inclusione in diverse realtà lavorative.

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