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Di Guido Bossa

La ricorrenza del 25 aprile, festa della Liberazione, ha riportato d’attualità temi quali il giudizio storico sul fascismo, il valore dell’antifascismo, la vittoria della democrazia e il primato della Costituzione. Quest’anno sul dibattito hanno pesato la circostanza dell’insediamento a palazzo Chigi di un governo guidato da un partito che nella sua genesi si rifà alla matrice post o forse anche neofascista, e qualche avventata dichiarazione di esponenti istituzionali di quel partito, a cominciare dal presidente del Senato. Tutto sembrava congiurare per allontanare ancora una volta la maturazione di una “memoria condivisa” sugli eventi storici di quasi ottant’anni fa; e invece un passo in avanti è stato compiuto nella direzione di una auspicabile pacificazione nazionale, fino a ieri giudicata immatura e improbabile. Protagonisti di un confronto serrato sperabilmente foriero di fruttuosi sviluppi, l’ex presidente della Camera (dal 1996 al 2001, XIII legislatura) Luciano Violante, e la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, eredi di due tradizioni politiche antitetiche e conflittuali, ma nella circostanza entrambi prodighi di riconoscimenti reciproci. Tribuna del dibattito ravvicinato, il “Corriere della Sera” che non è solo il più autorevole e diffuso quotidiano italiano, ma si distingue in questa fase per accreditare al governo di destra patenti di legittimità democratica anche al di là dell’evidente consenso elettorale. Per rimanere sul piano della ricostruzione storica, c’è una evidente sintonia anche lessicale fra le dichiarazioni di Violante nell’intervista al “Corriere” del 24 aprile e un passo della lettera allo stesso quotidiano di Giorgia Meloni del giorno successivo. Dice Violante: “Nel Dopoguerra tutti i leader politici, compreso Almirante, si impegnarono positivamente per costruire un nuovo rapporto tra lo Stato e masse popolari che non avevano mai conosciuto la democrazia”. Risponde Giorgia Meloni: “Chi dal processo costituente era rimasto escluso per ovvie ragioni storiche (gli eredi del fascismo repubblichino, ndr.) si impegnò a traghettare milioni di italiani nella nuova repubblica parlamentare, dando forma alla destra democratica”. La valutazione condivisa di un passaggio fondativo della storia repubblicana è la premessa per la costruzione di una prospettiva comune, nella quale un partito conservatore privo di “nostalgie retrograde” (Violante) si possa liberamente confrontare con un “grande partito riformatore” ancora da costruire, partendo dai valori della Costituzione “figlia della lotta antifascista”, come ha ricordato Sergio Mattarella. E’ la sfida dell’immediato futuro.

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