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Di Monia Gaita

Se si potesse ripartire dalla gentilezza eviteremmo il fuoco intenso e soverchiante della maleducazione con tutti i suoi strumenti nocivi e controproducenti.

Ormai ci siamo abituati alle risposte secche e piccate dell’impiegato saccentone, del medico onnipotente, della commessa sciatta, del conducente affetto da nevrosi isterica nel traffico.

Spezzati i legami pacifici delle comunità, si è preferito passare alle armi di offesa in una diffidenza accanita che ci trascina nel gorgo vasto della rabbia, dell’ostilità, del rancore senza recapito, senza ragione e senza forma.

Abbiamo imparato bene le lezioni dell’arroganza: ognuno reclama a gran voce diritti e rivendicazioni, ognuno si mostra inflessibile con gli altri, salvo poi replicare, per filo e per segno, gli stessi errori che lamentava iniqui e nefasti.

Un’intera colonna di virtù—la pazienza, la tolleranza, la comprensione, la solidarietà—falciata dalle mitragliatrici dell’indistinto, della semplificazione rozza, nella giungla della democrazia.

E proprio in nome della democrazia posso sfoggiare il passaporto dell’insulto anche sul web.

Non ho il dovere di esprimere con equilibrio il mio pensiero, ma di esibirlo alzando i toni e imporlo anche con la forza.

Il modello del linguaggio attinge alle cadenze del talk show, corrotte, sguaiate, eccessive.

La presunzione è un grave tic della civiltà, ci fa retrocedere dal confronto sereno, ci spinge a coltivare la vendetta.

Senza la gentilezza i sorrisi rimangono feriti e mutilati.

E se perde il sorriso, l’umanità diventa più tragica, più triste, più cattiva.

Ecco perché la gentilezza dovrebbe passare dal campo della discrezionalità a quello della necessità.

La collera, la sgarbatezza, la paralisi degli atti cordiali, vanno sostituite con gesti di bene.

Servono disinfestatori motivati per distruggere i parassiti della cafoneria.

Serve cedere il proprio posto all’anziano, serve dare la precedenza in una fila, serve dire “per piacere, per cortesia”, serve dire “grazie mille”, serve dire “anche se non la penso come te, ti rispetto”.

Tutto questo è utile, ci insegna ad abbracciare il mondo, a capire che spesso siamo noi i responsabili delle nostre malattie e che l’aridità si può sconfiggere.

Perciò dobbiamo essere gentili, con le persone, con i luoghi, con il tempo, con le parole, abbandonare in una fossa comune ogni durezza, ogni malanimo, ogni invidia.

Capire che abbiamo bisogno di una conversione, che dopo il crollo del bene, l’umanità deve risollevare le sue sorti.

Che il default più pericoloso non è quello economico, ma quello del cuore.

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