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La conferenza-stampa di Conte ha confermato che la vicenda che ha destabilizzato il M5S non è riducibile a una questione di rapporti personali tra due persone. Due frasi, infatti, hanno dato la misura delle dimensioni del suo dissenso e del contrasto della sua visione con quella del fondatore Grillo.  “Una forza politica che ambisce a guidare il Paese  non può affidarsi a una leadership dimezzata”. E ancora: “Una diarchia non può essere funzionale, non ci può essere un leader ombra affiancata da un prestanome. E in ogni caso non potrei essere io”.  Insomma, sono cominciati a volare gli stracci. Quelli veri. Tali cioè da condizionare fortemente le speranze del Movimento di essere competitivo nell’agone politico, se non da comprometterne addirittura la stessa esistenza politica. Anche ora si sono mescolate le conseguenze di antiche omissioni con ambizioni e rivalità personali. Insomma, si è venuto confermando che le  regole  di (non) divisione del potere interno non si sono mostrate minimamente capaci di regolare la vita e la coesistenza di un movimento fatto da persone delle più diverse estrazioni politiche e culturali. Già da tempo, del resto, era apparso chiaro che la previsione di un Garante – la cui figura sfuggiva ad ogni controllo e ad ogni responsabilità (non a caso veniva concordemente definito l’Elevato), in un organismo collettivo che non conosceva strumenti e modalità vera e di confronto interno – sarebbe servita solo a tutelare il ruolo di chi la rivestiva e forse a salvaguardare alcune caratteristiche della creatura originaria, non certo la democraticità delle scelte, che finora il M5S non ha mai conosciuto. Le sue dichiarazioni spesso estemporanee, rimprevedibli e ondivaghe hanno creato vasto sconcerto perchè quasi sempre contraddittorie rispetto alle stesse posizioni del Governo sostenuto dal Movimento, come nel caso della visita dell’Elevato all’ambasciata cinese,  proprio mentre il premier al G7 ribadiva invece il congelamento delle intese sulla nuova via della seta. Oppure in direzione contraria alle aspettative della stessa ampia base parlamentare del Movimento, come quando Grillo stoppò un dibattito caldissimo ribadendo la sua convinzione a favore dei  due mandati. La vera bomba H lasciata colpevolmente irrisolta. E poi, dove si è mai visto che un vero leader sia investito per delega di un garante, addirittura “inventato” come Conte. Ora contestato. Tutti i presunti capi politici, da Di Maio a Crimi,  hanno dovuto fare i conti con le ingerenze dell’insolita figura dell’Elevato. Ormai non più solo una anomalia ma, come si è visto, anche un rischio per il futuro del Movimento.

Conte ha colto il momento più adatto per lanciare la sua offensiva. D’altra parte, se non ora, quando?, considerato che il nuovo Statuto si vara ora. E che, da quello che si deciderà, deriverà una nuova forza politica. Essa -nella visione di Conte – del Movimento dovrebbe avere forse poco più che il nome. Dovrebbe essere guidata da un capo effettivo. Strutturata con organismi collettivi di vertice. E ben articolata territorialmente. E’ indubbio che egli abbia bene individuato quali sono le lacune da colmare. Gli equilibri da ristabilire. Alcune delle regole da introdurre per allargare i reali spazi di confronto e di dibattito, visto che la politica delle scomuniche e delle espulsioni si è mostrata assolutamente miope. Infatti ha fortemente indebolito i gruppi parlamentari, soprattutto al Senato. Oggi, in una base parlamentare sbigottita e divisa, molti appaiono disponibili a seguire Conte in una nuova formazione per evitare la falce dei due mandati. Tuttavia, per ragioni organizzative e finanziarie non sarebbe facile neppure per l’ex premier,   che ha escluso l’ipotesi.  Non è chiaro però quello che potrà succedere. Il sarcasmo anche con toni un po’ sfacciati di Grillo (impensierito  per il venir meno della tutela per le sue spese giudiziarie che gli assicurava Rousseau) farebbe pensare che sia disposto a giocarsi tutto pur di non mollare la sua creatura. D’altro canto, la fredda determinazione di Conte lo ha fatto apparire deciso a non rinunciare alle sue proposte, su cui ha invocato un voto definitivo della base pentastellata. Quel che è certo è che, comunque vadano le cose, il M5S non sarà più come prima !

di Erio Matteo

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