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Primo maggio 2026 nelle aree interne: lavoro, diritti e verità scomode

Franco Fiordellisi

C’è un Primo maggio che non si vede nei grandi palchi e nelle narrazioni nazionali. È quello delle aree interne della Campania, dell’Irpinia e del Sannio interno, del Mezzogiorno. Un Primo maggio che non celebra, ma interroga. Che non racconta successi, ma mette a nudo contraddizioni sempre più profonde.

Nelle aree interne dell’Irpinia e del Sannio il lavoro non manca solo in quantità, ma soprattutto in qualità. I dati sono chiari: nel Mezzogiorno il salario medio annuo si ferma intorno ai 18 mila euro, circa il 26% in meno rispetto al Centro-Nord, mentre oltre il 10% degli occupati è a rischio povertà. Non è solo una questione economica, è una questione politica.

Eppure il governo continua a rifiutare il salario minimo, inventa formule come le “retribuzioni giuste” e punta tutto sulla decontribuzione. Una scelta che scarica sul sistema pubblico e sulle generazioni future il costo del lavoro, senza interrogarsi sulla qualità dell’occupazione creata. Così si alimenta un modello fondato sul lavoro povero, precario, stagionale.

Il rischio è ancora più grave se lo si collega all’autonomia differenziata. Una riforma che, se attuata, cristallizzerebbe le disuguaglianze territoriali, dividendo definitivamente il Paese tra chi può garantire diritti e chi no. Nelle aree interne della Campania, dell’Irpinia e del Sannio questo significherebbe meno servizi, meno sanità, meno scuola, meno diritti.

Nel frattempo, l’inflazione e l’economia di guerra stanno erodendo salari e certezze. Le risorse pubbliche si spostano verso la spesa militare, mentre si riducono gli investimenti in coesione, welfare e lavoro. Si passa dal Green Deal al rischio concreto di un War Deal.

Anche sul piano delle risorse emerge una verità scomoda: i fondi europei raggiungono livelli di attuazione vicini al 100%, mentre quelli nazionali restano fermi intorno al 55% degli impegni e poco più del 20% dei pagamenti. Questo significa che il problema non sono le risorse, ma la capacità politica e amministrativa di utilizzarle.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: spopolamento, perdita di giovani, desertificazione sociale. Entro il 2050 l’Italia perderà circa 7 milioni di abitanti e le aree interne del Mezzogiorno saranno tra le più colpite.

In questo contesto, il Primo maggio non può essere una celebrazione vuota. Deve tornare a essere conflitto e proposta. Deve denunciare il lavoro povero, contrastare i contratti pirata, difendere la contrattazione e rilanciare una politica industriale per il Mezzogiorno.

Serve una scelta chiara: o si investe nel lavoro buono, stabile e qualificato nelle aree interne della Campania, dell’Irpinia e del Sannio, oppure si accetta consapevolmente il declino.

Il Primo maggio è la festa delle lavoratrici e dei lavoratori. Senza lavoro dignitoso non c’è democrazia. E senza democrazia territoriale, senza uguaglianza tra Nord e Sud, il Paese si spezza.

 

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