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12 maggio 1974, 11 maggio 2016. Due date lontane tra loro che hanno un filo in comune l’Italia dei diritti civili. Quello di quarantadue anni fa che dice sì al divorzio è un paese molto diverso da quello attuale. E’ finita la stagione del boom economico ed è cominciata quella del dopo ’68. Il fronte divorzista dà subito un significato ben preciso alla battaglia e la intende nel senso d’un ampliamento delle libertà civili, ma anche di uno spostamento a sinistra del quadro politico nazionale: alla vittoria nel 1974 seguiranno infatti importanti conquiste elettorali delle sinistre nelle amministrative del 1975. La DC decide di cambiare guida e alla segreteria viene eletto Zaccagnini. Il grande sconfitto è Amintore Fanfani che è il leader che più si è esposto durante la campagna elettorale sul divorzio. Profetiche a leggerle oggi le sue parole pronunciate durante un comizio a Roma: “vogliono il divorzio, poi vorranno l’aborto, poi vorranno il matrimonio tra omosessuali, poi vostra moglie scapperà con la serva”. Oggi un altro toscano che più volte ha detto di ispirarsi proprio a Fanfani ha dato l’impulso decisivo per l’approvazione della legge sulle unioni civili. “Ho giurato sulla costituzione e non sul Vangelo” ha detto il premier e tra questa affermazione e quella di Fanfani c’è un abisso. La DC di allora ritenne che attraverso il divorzio si sarebbe snaturata la società italiana portandola verso istanze individuali e dissociative. Ma quando parte la campagna referendaria e si organizzano i comitati civici di Gabrio Lombardi la DC, come ricorda un democristiano e irpino illustre come Gerardo Bianco “fu messa di fronte al problema di prendere le distanze oppure di partecipare a quell’iniziativa referendaria. Lo stesso Moro era perplesso sulla posizione del partito a favore del referendum, anche se poi la DC era intrisa degli insegnamenti di De Gasperi e di Dossetti per i quali la politica era da intendersi quale il principale strumento per compattare la società cristiana. Insomma voglio dire che prendere le distanze da quella iniziativa civica sarebbe stato estremamente complicato”. Un partito che riuniva i cattolici italiani eppure in quella occasione nascono i cosidetti “cattolici del no”. Tra le personalità c’è quella di Pietro Scoppola. Non siamo cristiani che hanno messo tra parentesi la loro fede – dicono –ma anzi la decisione è maturata dopo la pagina nuova che si è aperta con il Concilio. E così antiche amicizie si sfaldano. Il vecchio gruppo dossettiano si spacca in due: è per l’abrogazione non solo Fanfani ma anche Giorgio La Pira, ex sindaco di Firenze. Al contrario l’amico Giuseppe Lazzati, rettore della Cattolica, è per il mantenimento della legge. Giuseppe Dossetti, ormai lontano dalla politica, rimane in silenzio. Certo a scorrere questi nomi e il livello del dibattito che ci fu all’epoca si nota subito la differenza rispetto a quello che è accaduto in questi giorni sulle unioni civili. Una battaglia di posizionamento più che di contenuto. Renzi e il PD hanno mediato con la componente centrista della maggioranza e alla fine con lo stralcio delle adozioni è arrivato il sì alla legge. Come 42 anni fa c’è chi annuncia il ricorso alla battaglia referendaria con l’obiettivo di abrogare il provvedimento sulle unioni civili. Battaglia legittima che però ha lo scopo principale di ricompattare un fronte anti-Renzi. Una differenza notevole rispetto al referendum sul divorzio quando più che contro qualcuno ci si batteva per qualcosa. E così quando Enrico Berlinguer incontra Pietro Scoppola gli confessa: abbiamo vinto troppo, perché sa che per la prima volta non c’è stato un voto legato alle organizzazioni di massa ma alle scelte individuali. Una svolta allora che ha anticipato la politica attuale.
edito dal Quotidiano del Sud

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