“Conoscere la tecnologia è l’unico modo per difendersi, per comprenderne limiti e distruggere quell’aura di mito che sembra accompagnarla”. Lo sottolinea con forza Massimo Montanile nel presentare il suo libro “Radici e algoritmi Memorie di un figlio del Sud”, Armando editori. “Questo romanzo – spiega Montanile – nasce dalla volontà di consegnare un testimone alle nuove generazioni, a partire dai miei figli, ricordando loro quanto le nostre radici ci rendano forti. Sono cresciuto in anni in cui il Sud faceva i conti con disuguaglianze sociali, con la difficoltà di restare al passo con il Nord nel processo di sviluppo, con la dolorosa pagina della ricostruzione postsisma. Gli algoritmi hanno sempre rappresentato per me il tentativo di risolvere le contraddizioni della società. Dopo la laurea, ero convinto che le nuove tecnologie potessero rappresentare un volano di crescita dei nostri territori ma la politica non ha voluto che fosse così”. Sottolinea come “Senza responsabilità, senza rispetto dell’etica non potremo mai governare l’IA che è una rivoluzione nelle mani di pochi, nata da bisogni indotti. Sono stato tra coloro che hanno posto i primi mattoni della ricerca, ecco perché posso affermare di conoscerla bene. Non dobbiamo mai dimenticare che la tecnologia non è neutra. Ecco perché si tratta di capire non come funziona ma come è costruita. Il rischio è quello di sottrarsi alla fatica del pensiero critico, ecco perchè la scuola ha un ruolo cruciale nell’educazione dei giovani ad un uso consapevole delle nuove tecnologie. Continuo a pensare che il vero antidoto è la poesia, che ci invita a coltivare l’humanitas, a rallentare ogni giorno, a investire sulle relazioni”.
Nel ripercorrere la propria storia, racconta le speranze di una generazione costretta a lasciare l’Irpinia per inseguire le proprie aspirazioni: “Era difficile restare qui, così dopo la laurea ho scelto di partire per Ivrea e andare a lavorare alla Olivetti, dove ho trovato un ambiente eccezionale, capace di conciliare merito, eccellenze e centralità dell’uomo, competenze e creatività”. Ricorda le trasformazioni che hanno attraversato l’Irpinia “Sono cresciuto a Mirabella, nelle fattorie dei contadini, poi, d’improvviso, ho visto l’industrializzazione imposta dall’alto, sorgere le fabbriche e i contadini trasformarsi in operai. Oggi, l’Irpinia è profondamente cambiata, ha compiuto tanti passi in avanti, registro tanto fermento sul piano culturale ma riscontro le stesse difficoltà di dialogo che caratterizzavano il passato”. Un riflessione per ribadire la necessità del contributo di tutti per poter guardare insieme al futuro. E’ quindi Floriana Guerriero a porre l’accento sulla capacità del volume di fondere la storia individuale e collettiva, il racconto del percorso di vita dell’autore diventa occasione di riflessione sul futuro di un territorio, attraverso immagini dell’Avellino di ieri che scorrono davanti ai nostri occhi, dal terremoto del 1980 ai giovani riuniti sotto i Portici della Banca Popolare fino ai primi gruppi musicali. Una militanza che diventa viaggio interiore, desiderio di costruire un mondo più giusto, concretizzatosi nella partecipazione al movimento studentesco, alle manifestazioni al fianco degli operai, nelle discussioni su Marx e Il Capitale. Una riflessione che ha abbracciato anche le contraddizioni della politica di oggi e il ricordo di figure come quelle di Gerardo Bianco, intellettuale autentico, simbolo di quell’humanitas che ci può aiutare a difendersi dallo strapotere delle tecnologie.



