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Attentato a Ranucci: il mandante pronto a pagare 200 euro al giorno. Gli esecutori pronti a fuggire all’estero

Un piano studiato nei minimi dettagli, un mandante misterioso pronto a finanziare la latitanza all’estero degli esecutori e il rischio, sfiorato solo per caso fortuito, di una vera e propria strage. È lo scenario inquietante che emerge dalle 107 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla gip di Roma, Iole Moricca, che ha portato all’arresto di quattro persone (tre in carcere e una ai domiciliari) per l’attentato dinamitardo contro l’abitazione del giornalista della Rai e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’azione contro il giornalista era stata pianificata da tempo. Sei giorni prima dell’esplosione, il gruppo criminale avrebbe effettuato un accurato sopralluogo davanti alla casa di Ranucci per monitorare la zona e studiare la logistica.

Un viaggio interamente tracciato: gli investigatori sono riusciti a ricostruire pressoché integralmente il percorso del commando a bordo di una Fiat 500X, partendo dall’Avellinese fino a Torvaianica, e il successivo rientro. Decisivo è stato l’incrocio dei dati tecnologici: immagini di videosorveglianza pubbliche e private, lettori automatici di targhe e sistemi di geolocalizzazione.

L’esplosione dell’ordigno avrebbe potuto avere una portata ben più tragica. La gip Moricca evidenzia infatti come, parcheggiate proprio nei pressi dell’abitazione del giornalista, vi fossero due vetture dotate di impianto a gas. La mancata deflagrazione dei due veicoli – legata solo a un “caso fortuito” – ha evitato conseguenze che il giudice definisce “ulteriormente devastanti”.

Il fulcro dell’indagine si sposta ora sui livelli superiori. Per la Procura e il GIP, gli arrestati sono solo gli esecutori materiali guidati da “un soggetto terzo o un gruppo di soggetti terzi” non ancora identificati. Il mandante, descritto nelle carte come “evidentemente preoccupatissimo” di poter essere individuato in caso di arresto dei complici, si era già attivato per proteggerli, offrendo loro supporto legale, economico e logistico.

Il pericolo di fuga che ha fatto scattare le manette viene definito “attuale e concreto” ed emerge chiaramente dalle intercettazioni ambientali e telefoniche. I membri del commando, consapevoli di avere il fiato sul collo degli investigatori, stavano già valutando diverse rotte per l’espatrio.

Il tragitto verso l’Est Europa era già stato ipotizzato l’8 aprile 2026 all’interno dell’auto di uno degli indagati, D’Avino, che parlando con un complice suggeriva la fuga verso il Montenegro o la Bosnia, commentando spavaldamente: “Prima ti devono trovare”.

Due giorni dopo, il 10 aprile, i piani cambiano grazie all’intervento del misterioso intermediario del mandante (indicato nelle intercettazioni come “quello”). A uno degli indagati, Antonio Passariello, viene offerta una rosa di destinazioni europee tra Spagna, Austria e Francia per un allontanamento di 10-15 giorni. Alla domanda sulla meta, Passariello risponde sicuro: “In Spagna”.

Il pacchetto per la latitanza, annota la gip, era completo e studiato per eludere le indagini: carte ricaricabili, telefoni e sim usa e getta, contatti sul posto e persino una diaria da 200 euro al giorno per un mese di permanenza. “Ti danno i soldi e ti vai a divertire 10-15 giorni e poi torni… ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta”, diceva D’Avino a Passariello. Un piano di assistenza totale che per i magistrati conferma non solo la caratura della rete criminale dietro l’attentato, ma anche la necessità assoluta delle misure cautelari per bloccare la fuga.

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