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Autonomia differenziata, i vescovi delle aree interne uniti per la tutela dei territori fragili

In un momento che registra un dibattito molto acceso sulla autonomia differenziata, non è casuale che la Chiesa italiana mobilita i Vescovi delle aree interne sia del sud che del nord per ribadire la necessità di aprirsi a “forme nuove capaci di valorizzare al meglio le risorse” con una chiara visione unitaria

di Gerardo Salvatore

Le grandi tematiche collegate alle vicende politiche europee ed internazionali delle ultime settimane, probabilmente non hanno consentito ai vari canali della comunicazione di parlare delle significative novità contenute nelle conclusioni dell’incontro dei vescovi delle “Aree interne” del 16 e 17 luglio scorso a Benevento.

L’iniziativa, nel quadro di un percorso di continuità con altri eventi similari tenutisi sempre a Benevento, ha visto la presenza dei presuli di tutto l’entroterra italiano, appartenenti a 14 regioni. In un momento che registra un dibattito molto acceso sulla autonomia differenziata, non è casuale che la Chiesa italiana mobilita i Vescovi delle aree interne sia del sud che del nord per ribadire la necessità di aprirsi a “forme nuove capaci di valorizzare al meglio le risorse” con una chiara visione unitaria.

Non solo analisi ponderate, ma impegno per restare in quei territori fragili che tuttavia costituiscono “potenzialità straordinarie”. A suonare il campanello della pacifica, ma ferma, mobilitazione i vescovi convenuti chiamano i giovani per chiedere alla politica un “piano globale” per i comuni più trascurati e in “condizioni di marginalità”. La Chiesa, come già sostenuto da anni, non vuole abbandonare questi territori e non intende “irrigidirsi in forme, stili ed abitudini che finirebbero per sclerotizzarla”. Per questo i vescovi delle aree interessate – ripeto sia del nord che del sud – si impegnano per aiutare i giovani a riscoprire delle “potenzialità straordinarie” che possono “rivelarsi una ricchezza sorprendente” se i livelli istituzionali competenti decidono di sapere e dover leggere le indicazioni di progetto che la Chiesa locale, insieme ai laici protagonisti di una partecipazione attiva e responsabile, sapranno offrire nel solo obiettivo di costruire le condizioni socioeconomiche sufficienti per la realizzazione umana e sociale dei giovani che decidono di restare. Tra le tante ipotesi prospettate assume particolare importanza “una nuova pastorale rurale”. Si tratta, in particolare, di riscoprire la forza di essere comunità, dove i legami si rinsaldano e le risorse locali vengono amate e valorizzate per costruire le basi necessarie del tanto auspicato bene comune. Quindi necessità di partire dalla periferia con il concorso della politica e dei corpi intermedi per elaborare concretamente percorsi progettuali che costruiscono nuovi legami comunitari e partecipazione vera per la rinascita complessiva delle aree attualmente marginalizzate.

Per realizzare gli obiettivi delineati i vescovi hanno ritenuto necessario, altresì, un nuovo modo di concepire la figura del presbitero che promuove nuove forme di ministerialità laicali all’interno della parrocchia per costruire comunità responsabile dove i problemi individuali diventano problemi comunitari con l’aiuto di un presbitero che incarna veramente la “Chiesa in uscita e ospedale da campo” sollecitata da Papa Francesco. Si tratta, quindi, di una nuova concezione teologico-pastorale del parroco, capace di arginare con la sua presenza i processi di sfaldamento della comunità di appartenenza. Chiesa spirituale e sociale ha affermato il presidente della Cei, cardinale Zuppi, a conclusione della 50ª settimana sociale dei cattolici italiani a Trieste. Chiesa che per essere veramente tale non basta un suo chiaro e nuovo compito socio-pastorale, ma una nuova sinergia con le istituzioni e i corpi intermedi presenti sui territori da recuperare, nel quadro di un risveglio complessivi necessario e urgente.

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