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Lo scandalo che ha coinvolto l’Asl di Avellino, e le forti espressioni nel merito del Procuratore Cantelmo e del Questore Ficarra ci dicono che c’è una città infetta che vive all’insegna dell’impunità, ritenendo che la pubblica funzione sia cosa propria. Neanche il clamore suscitato dal caso assenteismo di Sanremo, con l’impiegato in mutande a timbrare il cartellino della presenza in ufficio, ha fatto da deterrente ad un costume orrendo per la moralità pubblica. Certo, il fenomeno è antico. Di recente, nel 1988, un libro bianco sul fenomeno dell’assenteismo (“il dottore è fuori stanza”) suscitò una notevole reazione popolare e voci autorevoli condannarono questo italico costume il cui danno si riverbera sul povero cittadino succube di un sistema incapace di dare risposte. Nel merito della vicenda avellinese emergono alcune considerazioni che ci inducono a pensare come la città abbia cambiato pelle. Una volta la borghesia cittadina era il riferimento del rigore, della professionalità, del decoro e del prestigio. Certo, qualche volta pure commetteva errori, ma era solo una rarità. Oggi invece è proprio la borghesia, quella che dovrebbe essere classe dirigente, ad inquinare le istituzioni usurpando diritti e affossando doveri. Gli uffici pubblici sono stati affollati di raccomandati, di clienti della politica, a volte senza alcun merito e poca competenza. Questo stato di cose ha generato una sorte di imbarbarimento, trasformando le pubbliche istituzioni da luogo dei doveri a luogo da occupare. Ciò è avvenuto, in particolare, in una città terziarizzata dove il posto è stato (ed è ancora) la massima ambizione. E dove agire se non in quei pochi enti territoriali? Ospedale, Comune, Provincia, Asl, Asi, Comunità montane ed enti minori sono stati presi d’assalto, sostituendo il lavoro delle fabbriche che qui non si sono mai sviluppate. E negli enti sopra citati a dettare le regole erano (ora meno) i politici che governavano il territorio. Questo processo, che andrebbe approfondito, ha fatto sì che gli enti, intesi come istituzione, non hanno svolta il loro ruolo di servizio al cittadino, ma sono stati dei veri e propri rifugi clientelari. Questo senza voler assolutamente generalizzare. Coloro, inoltre, che hanno affollato gli enti si sentono protetti e ritengono di poter fare i propri comodi. Ora qualche segnale che porta ad una riconsiderazione dell’etica della responsabilità si presenta sulla scena dell’impegno del Paese. Ma è ancora troppo poco. Ciò che è auspicabile è invece il ritorno al concetto della responsabilità personale, sapendo che si svolge un ruolo per il comune interesse. Bene, dunque, i blitz delle forze dell’ordine e le serrate indagini della magistratura, ma non basta se queste azioni non sono accompagnare da una vera etica della responsabilità.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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